Carrozzeria OrfeoIl sentimento diffuso alla fine degli spettacoli dei Carrozzeria Orfeo è un misto rancido di rabbia, violenza e soprattutto impotenza. Non c’è salvezza, non c’è pietà, non esiste domani, nessun perdono, nessuna pacca sulle spalle. Lo puoi chiamare pessimismo se non vedessi ogni giorno quello che i loro personaggi raccontano direttamente nella cronaca, al telegiornale, sfondare nel sonoro dalla casa dei vicini, annusare in coda al supermercato o, perché no al bar. Il bar, più nostrano e quotidiano rispetto all’importato anglosassone pub, rimane il ricettacolo di guazza sociale e moti di pancia ruspanti, dove si annidano, tra una birra, un tre sette o una stecca sul tavolo verde, insoddisfatti e insoddisfazioni, frustrati che si danno manforte sputando sentenze e veleni sopra tutto e tutti, donne, immigrati, politica, calcio, gossip. Ogni argomento è buono per sparare a zero sul governo, su qualsiasi potere costituito, ovviamente padrone da abbattere, cercare capri espiatori, spiegazioni alla loro infelicità, congiunture astrali, dietrologia a chili per giustificare insuccessi, nullità, fallimenti personali.

Nelle scritture di Gabriele Di Luca (che il prossimo anno porterà sul grande schermo la trasposizione di ‘Thanks for vaselina’, il loro successo delle scorse due stagioni) esplode un livore metropolitano che si scaglia contro gli ultimi della lista, o almeno contro quelli che stanno sotto di te nella grande catena alimentare dei delusi e dei repressi. Un linguaggio politicamente scorretto, da slang da marciapiede, da quartiere malfamato, dove ogni frase è un coltello a tranciare convenzioni sociali, formalità e qualsiasi parvenza di educazione, ferisce con parole come massi di asfalto (si ha sempre l’impressione di star giocando una partita di basket ma con le regole feroci dei playground americani dove il face to face e l’intimidazione da far west la fanno da padroni).

Animali_da_bar-670x442Anche stavolta ne escono tutti sconfitti, tutti perdenti, biasimevoli, concentrati a sfangare la giornata, ad arrivare sani e salvi ad una nuova alba. Nessuna costruzione, nessun futuro a portata di mano, nessun mattone teso a mettere fieno in cascina, nessun barlume di luce in fondo al tunnel. Questi cinque nuovi personaggi lo abitano il loro personale tunnel, la loro fogna, stanno, sguazzano nella maleodorante fanghiglia dei loro errori, delle loro scelte, a volte imposte, altre troppo semplici o poco coraggiose prese in un tempo lontano, si trascinano a domani nella loro coazione a ripetere. Sono pezzi di ferro, inutili e ormai arrugginiti, che vengono attratti dalla calamita del bar come unico luogo di scambio di una umanità, seppur becera e indecente, cattiva e rancorosa, spazio dove possono avere un ruolo, vilipeso e odiato che sia, dove almeno non essere anonimi.

Ruotano attorno al bancone questi cinque (più uno) ‘Animali da bar’ (un inizio fulminante in rewind; produzione Fondazione Pontedera Teatro): Sciacallo bipolare aspirante suicida, ladro nelle abitazioni di anziani in fin di vita, con traumi legati ai compagni delle superiori ed alla lunghezza (brevità) del suo arnese; la barista ucraina incinta (ma vende vodka come se fosse acqua fresca) che affitta l’utero a coppie che non possono avere gravidanze (anche a donne che non vogliono sopportare le magagne della maternità) e canta le sigle di cartoni animati; un imprenditore di pompe funebri per animali domestici; Swarovski, scrittore fallito (sarà lui il nodo, scelta non originale, il creatore “dai diamanti non nasce niente…”, il deus ex machina, il grande burattinaio che tira i fili di questa fiction tra ‘Sei personaggi in cerca d’autore‘ e ‘Happy Family‘ di Salvatores) che deve compilare un libro sulla Grande Guerra (e invece racconterà della sua tragedia quotidiana, della sua trincea di ogni giorno in questo bar di frontiera; nome omaggio a Bukowski); un attivista per i diritti dei monaci del Tibet, che mangia soltanto mele, malmenato dalla moglie. Il “più uno” invece è il nonno morente per un tumore alla prostata (Alessandro Haber in audio, cinico, disilluso).

Un tutti contro tutti dove più del politicamente scorretto a tutti i costi emergono le forzature nei caratteri dei personaggi, che diventano caricaturali fino al quasi non crederci più, eccessive fino a sfiorare la macchietta. Offese dure, urla, per troppa carne al fuoco (eutanasia, malattia, violenza, suicidio, morte, stupri, genitorialità, problemi sessuali, e mille altri temi giganteschi e pesanti ancora) e predicozzi moralistici. Una tribù da periferia (il primo Eros Ramazzotti) che impreca contro neri e cinesi, comunisti ed ebrei, dove la sensibilità ancora non è atterrata, anzi tutto è azzerato ed atterrito in questa comunità debosciata, in questo micro cosmo da zoo, dove tutti cercano una cosa soltanto, essere accettati ed amati, o soltanto un po’ di tenerezza.

Tutti Lucignoli nichilisti, manipolando gli altri convitati di questa sporca mezza dozzina senza Paradiso. Sono mostri che cercano di scovare il punto debole nell’altro per poi colpirlo meglio ed a piacimento, facendo leva sulle mancanze, sui difetti, sui deficit dell’altro per annientarlo, massacrarlo, polverizzarlo psicologicamente. Acidi, disperati, infernali, non riescono a reagire alle avversità tornando in quel bar, luogo dove avvengono più confessioni che nelle chiese, come satelliti di un sistema solare marcio dove aleggia la morte come avvoltoio, dove la bellezza non ha mai messo piede, dove la paura irradia le stanze e colora di brutto i volti. Come il gorgo nero che dilania con i suoi rumori viscerali di Anish Kapoor, come gli autoritratti autoreferenziali di Pistoletto, come il coltello nel sacco crocifisso di Kounellis (tutti esposti dalla Galleria Continua di San Gimignano negli stessi giorni del festival).

Visto a Festival ‘Orizzonti Verticali’, San Gimignano (Siena), il 4 luglio 2015