Esercitare la professione di critici, analisti, osservatori, una volta si diceva di intellettuali, in maniera libera, autonoma, è un mestiere sempre più difficile. Ma se ne ha poca consapevolezza. Non è un argomento. Eppure, mi verrebbe da dire, la partita si gioca lì.

Nessuna nostalgia, nessuna rivendicazione, nessun lamento. E non voglio togliere nulla al merito e alla bravura di chi questo mestiere lo riesce comunque a fare sui grandi giornali, in tv qualche volta, sulla rete, alla radio (molto). Ma è un circo. Il circo ha un’arena tonda e dentro si esibiscono animali e persone per allestire uno spettacolo da guardare. Il principio che sovrintende al circo è l’ammaestramento: anche le bestie più feroci o quelle più grandi sono portate a fare cose che fanno tutti, come salire i gradini di una scala, andare su una bicicletta…La gente guarda e ride. La televisione assolve per esempio magnificamente a questo compito che si esaurisce nell’esercizio della ripetizione automatica. L’idea della serialità è perfettamente funzionale a questo compito: sempre gli stessi numeri, gli stessi protagonisti, lo stesso linguaggio. Così chi è davanti allo schermo riconosce un volto, un ruolo, una situazione, una storia. E se stesso che sta a guardare. Quel volto rimanda al mio che lo guardo, entrambi ci riconosciamo. Diciamo che il set allestito è pacificatorio e conferma ciascuno nel suo ruolo.

“Chi sentiamo oggi per la pagina sui dispersi in mare o la Grecia o altro ancora?” Ciascun giornalista ha una sua rubrica faticosamente allestita nel tempo. E telefona. I nomi sono sempre gli stessi. Sempre. Pazienza se il nome non combacia con il tema perché è il nome che tira e che consente il riconoscimento. Ogni giornale o tv o altro ha la sua truppa a seconda dello schieramento cui appartiene perché appunto chi governa la comunicazione pensa che i lettori preferiscano vedere lo stesso spettacolo ogni volta. Altrimenti potrebbero essere disorientati (o forse sono loro che hanno paura di disorientarsi). Così si formano dei veri blocchi di nomi e di idee (sempre le stesse come nelle trasmissioni sportive), dove la voce dissonante è anch’essa parte del meccanismo perché definita “dissonante” e ce l’ha scritto sulla giacca.Molte trasmissioni hanno il parterre dei politici (e non) famosi e poi accettano in “collegamento” i fuori ruolo in una gabbia che il telespettatore percepisce subito come tale, dove le bestie sono feroci e non ammaestrate e per questo urlano, non sanno parlare in modo corretto, sono “gli altri”. E noi siamo più tranquilli.

Ecco, proviamo a fare un gioco: proviamo a rimescolare le carte, cioè le truppe, a comprare una nuova rubrica, a mettere su un nuovo spettacolo. Provateci. Una sfida quasi impossibile, ma che va lanciata. Elettrizzante: il libero pensiero! Anni fa andava di moda in rete il gioco dei ruoli che ha anche allevato diversi scrittori. E se cercassimo di fare il gioco dei non ruoli? In cui ciascuno non riconosce più l’altro in quanto ha un nome ma per le idee che porta e che ogni volta possono cambiare. Vi assicuro: è un gioco molto divertente (almeno per quanto riusciamo a fare a Chiarelettere). Essere non riconoscibili e quindi inaffidabili può diventare un complimento, una qualità. Dovrebbe essere questo il ruolo di un intellettuale, sganciato da scuole, gruppi e politici.
Dalla rete arrivano segnali incoraggianti da questo punto di vista, è lì che le carte si possono rimescolare davvero, e già succede.

Sarebbe bello fare un altro gioco: provare a dare fiato a chi non ce l’ha. Fare un elenco per “differenza”, selezionando quelli che non sono del giro giusto. Sono parecchi. Qui ne cito uno, su tutti, una persona che da due settimane ci ha lasciato: Luca Rastello, giornalista de la Repubblica, scrittore, cittadino, padre, rompiscatole, e tante cose insieme. L’avete mai visto sulla prima pagina del suo giornale? O a commentare in tv la situazione in Grecia? O l’ultimo sbarco in Sicilia? O un attentato dell’Isis? Niente. Eppure aveva tutti i numeri per farlo. L’unico spazio pubblico a lui riconosciuto era la lettura dei giornali a Prima pagina (molto di rado): una delizia assoluta per intelligenza e capacità di analisi. Nei giorni scorsi molti hanno parlato di lui dedicandogli ampio spazio. Tutti ricordandolo come un vero maestro. Come sempre, dei morti è più facile parlare che dei vivi. Soprattutto uno vivo come Luca. Un Paese che rinuncia all’intelligenza, al sapere, alla vis civile di un personaggio così straordinario è afflitto da una malattia grave, vuol dire che ha una classe dirigente che ha paura, che preferisce l’ombra alla luce. E teme le sorprese. Per questo pensa che il circo rimanga sempre la soluzione migliore.