In principio furono le pantofole, poi i jeans, gli angioletti ed Andy Warhol, infine l’animalismo. Lo stilista Elio Fiorucci è morto all’età di 80 anni nel suo appartamento nella zona di Porta Venezia a Milano. Una figura poliedrica, briosa, mai doma, e all’occorrenza parecchio decisa nelle sue sparate comunicative; uno che in mezzo all’aggressività del famelico business della moda, ha ammorbidito lo scontro e riempito l’effimero delle passerelle con angioletti, gnomi e curve sinuose grazie ad un fashion universale finito a conquistare tra gli anni settanta e ottanta il mondo intero. Un imprenditore di quelli per cui i presidenti della Repubblica di solito spendono il titolo di cavaliere. Anche se Fiorucci, comunque, non se n’è mai interessato granché. Penultimo di cinque fratelli, “quelli bravi che da scuola portavano i voti migliori”, spiegava Fiorucci, lui era quello che “scaldava” il banco. Così a 17 anni il padre lo mette a lavorare nel suo negozio di pantofole. Babbucce che torneranno in auge quasi 50 anni dopo per una linea colorata ed arabeggiante da mille e una notte.

Ad Elio, però, è bastato rivoluzionare Milano, e l’Italia intera, nel 1967 quando grazie al suo nuovo negozio fa diventare galleria Passarella, in piazza San Babila, Carnaby Street. “Feci disegnare il negozio da una scultrice, tutto trasparente, con luci come uno studio fotografico”, amava spiegare Fiorucci ricordando i suoi inizi, “l’impianto musicale era curato da Cesare Fiorese, che aveva progettato molte discoteche della costa spagnola. Al centro di una Milano rigida, fra boutique di lusso, noi siamo arrivati con le minigonne, i colori, le luci, la musica alta. È stato uno shock per la città, ma pure la mia fortuna. Ebbi un grosso articolo su Panorama, che ha sconvolto tutti i benpensanti”.

Nel 1970 la prima linea di jeans e l’intuizione di un marchio, complice l’architetto e designer Italo Lupi, che diventa riconoscibile dal Giappone al Sud America. Sono i due angioletti Fiorucci, un cherubino moro e uno biondo. Dolce è indossare un paio di jeans a vita alta, morbido sui glutei, un rodeo sexy che comincia a scuotere anche l’Italia. Nel 1974 il secondo negozio in via Torino dove si vendono anche profumi e borse, poi la consacrazione internazionale con l’apertura del negozio a Londra e infine lo store a New York. Uno spazio sulla 59esima disegnato da Ettore Sottsass (il marito di Fernanda Pivano), eletto dal mondo che contava, quello più in vista a livello comunicativo del Village che negli indici di borsa di Wall Street, tanto che Andy Warhol sceglie la vetrina del negozio Fiorucci per il lancio del suo giornale Interview. Poi ancora nel ’77 si occupa del lancio dello Studio 54 a New York dove il jet set mondano si ritrova a suon di arrembante dance music. L’industria Fiorucci comincia a produrre migliaia di capi al giorno. Nel 1981 mescolando la lycra al denim il suo jeans femminile si fa più attillato; poi ancora magliette e felpe, soprattutto con stampigliati tanti personaggi Disney. Volendo, il mito, anzi lo stile Fiorucci qui arriva all’apice. È la storia della moda italiana, quella che occupò quasi tutti i settori di mercato: dalla haute couture, al prodotto firmato ma più a buon mercato.

Sul finire degli anni Ottanta Fiorucci è protagonista di una intricata vendita del patrimonio creativo della propria azienda alla giapponese Edwin International. Nel 1999, infatti, lo stilista milanese contesta la registrazione del marchio “Elio Fiorucci” e dopo diversi anni di cause legale vince pure in tribunale. Nel 2003 la linea Love Therapy, quella con gli gnomi da giardino in primo piano,  è di nuovo una produzione home made. Infine, l’amore incondizionato e definitivo per gli animali, ancor di più per i cani tanto da organizzare collette per portare cibo altrimenti gettato nel pattume per il Parco Canile di Milano, che lo porta a diventare vegetariano a 70 anni. “Il ruolo degli animali nella nostra società è complesso – ha affermato nel 2011 – faccio uno dei tanti esempi che mi vengono in mente. Si dice crudelmente che dei maiali non si butta via niente. Non voglio essere frainteso, ognuno è libero di scegliere che cosa mangiare, anche se personalmente ho deciso di essere vegetariano e non escludo che in futuro potrei diventare anche vegano. Penso però che sia importante avere sempre rispetto sia degli animali sia della natura che ci circonda, al di là dei nostri regimi alimentari, anzi, proprio in virtù dei nostri regimi alimentari”.