Neanche farlo apposta. La festa di fine Ramadan coincide con la settima pioggia di Niamey. Benedizione o semplice sbadataggine divina è difficile a dirsi. In ritardo sulla tabella di stagione e con la preoccupazione dei contadini per le semine nei campi. La prima pioggia a Niamey e dintorni è arrivata il 24 giugno anche se qui di Giovanni Battista nessuno sa nulla. Magari a Genova era diverso con la processione in costume da Medioevo al Mare Antico. Sulla sponda occidentale del Mediterraneo dei migranti della Libia. Piove per la settima volta nella festa dell’Aid al Fitr. Nulla da ridire, intanto la festa si fa in casa e ci sarà tempo per le visite nel pomeriggio strade permettendo. Ci si prepara bene prima. Le abluzioni e un leggero profumo per l’occasione. L’abito nuovo da esibire per la preghiera alla moschea. L’elemosina a chi capita e la riconciliazione gira la pagina dei rancori. Poi c’è il pranzo e lo scambio di regali coi vicini. Manca la corrente perché la Nigelec, ditta statale di erogazione di elettricità, si affida ai miracoli che, come si sa, avvengono di rado.

Si parla di circa 150 mila profughi nella zona di Diffa, nel sud del Paese. Fuggono la guerra di Boko Haram che continua a uccidere perché a questo servono le guerre. Con armi e proclami il terrore prende campo e persino la capitale del vicino Tchad è stata colpita da terrorismo. Uomini travestiti da donne e donne vestite da esplosivi. Questi gli scenari che obbligano le autorità a vietare il Burka che copre il viso del portatore di morte su comando. I Programmi Alimentari di Sostegno alle vittime sono rivisti al quotidiano. Sono oltre tre i milioni di persone che nel Niger sono a rischio di carestia. L’altra guerra che da decenni uccide senza armi e nell’impunità. Carestie croniche imputabili ai cambiamenti climatici e soprattutto all’inedia dei politici. A Niamey si naufraga nell’impostura tra l’indifferenza globale. La società civile, in parte smantellata, vive di aiuti umanitari. L’agenda di trasformazione sociale è al macero nei piani di aggiustamento finanziario. La Grecia della democrazia tradita non è così lontana come appare.

Il presidente, confidenzialmente chiamato ‘Charlie‘ da Parigi in su, viaggia. Contano meno i morti del Niger, ormai diverse decine, che quelli della metropoli francese. Le periferie sono lontane e soprattutto fuori moda. Sono oltre duecento i viaggi effettuati all’estero dall’attuale capo di Stato. Miliardi di franchi e traffico in città ogni volta bloccato per la sua partenza e l’arrivo. I cittadini erano una volta uguali davanti alla legge. Per il codice stradale ci sono eccezioni a seconda delle ore di punta. A Niamey si sa quando si esce ma non quando e se si torna. I membri dei partiti di opposizione sono come i migranti. Possono essere impunemente imprigionati o, nel caso dei migranti, deportati al confine. A parte la Francia, dove si comprano istruzioni sul da farsi, ci sono i viaggi in Cina, Qatar, Arabia Saudita, Giappone, Stati Uniti senza contare gli stati africani. L’aereo è quello presidenziale e i soldi sono quelli del bilancio dello stato finanziato al 60% da Paesi donatori. Le carestie viaggiano di anno in anno senza aereo. E si spera nella settima pioggia di stagione.

Dopo la preghiera si consiglia di rimanere seduti, coi cellulari spenti, per ascoltare il sermone dell’Imam. Anche qui hanno iniziato a sorvegliare alcuni predicatori di guerra a buon mercato. L’ora di preghiera varia tra le 8 e le 9 del mattino. Si va alla moschea seguendo un cammino e si torna a casa su un’altra strada. Per prudenza o per scaramanzia. Si consiglia di mangiare qualcosa prima di andare alla preghiera. L’elemosina si può fare con generi alimentari o con soldi. In Francia il montante dell’offerta è calcolato a 5 euro che fa oltre tremila franchi di qui. Col resto si offrono dolci ai vicini e la benedizione per tutti. L’epidemia di meningite è sparita e in Liberia invece l’Ebola torna ancora. A Niamey ci vorrebbe San Gennaro e il calendario di Frate Indovino.

Niamey, luglio 015