L’umiliazione pubblica e la successiva esecuzione dell’eminenza grigia del regime nordcoreano Jang Song-thaek, mentore del giovane Kim Jong-un, suonano come un segnale: nessuno può sentirsi al sicuro. Dal 2000 al 2013 sono state circa 1.400 le esecuzioni pubbliche in Corea del Nord. Per la precisione 1.382 secondo i dati compilati dall’Istituto coreano per la riunificazione.

Cifre e circostanze delle esecuzioni capitali sotto la dinastia dei Kim emergono dall’ultimo rapporto sullo stato dei diritti umani nella Repubblica democratica popolare di Corea pubblicato dal centro studi legato al governo di Seul. Le informazioni si basano principalmente sulle testimonianze e i racconti di circa 200 esuli e disertori nordcoreani, raccolti tra il 2008 e il 2014. Come spesso accade con le notizie che arrivano da Pyongyang e dal versante Nord della zona demilitarizzata che separa i due Stati, anche i dati di questo libro bianco devono essere trattati con cura, sia per via della difficoltà nel verificare quanto riportato dai nordcoreani in fuga dal regime sia perché le due Coree sono ancora tecnicamente in stato di guerra e ogni informazione può essere letta con le lenti della propaganda, tanto più se proviene da una fonte più o meno vicina a uno dei due governi.

Il rapporto presentato a febbraio dello scorso anno dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Corea del Nord aveva comunque già fatto emergere nel dettaglio, se ancora ce ne fosse stato bisogno, le sistematiche violazioni in atto nel paese: dalle migliaia di prigionieri richiusi nei campi di detenzione (si parla di un numero che varia tra gli 80mila e i 120mila) spesso detenuti senza processo, alla violazione dei diritti di parola, di religione, di movimento, fino alle sparizioni forzate e alla negazione del diritto al cibo.

È la stessa fotografia del paese data dall’ultimo rapporto del think tank sudcoreano. Come scrivono gli autori del documento dell’Istituto per la riunificazione, le evidenze cozzano con quanto dichiarato dal regime stesso in un recente rapporto presentato proprio all’Onu, nel quale Pyongyang sostiene di ricorrere alle pena capitale soltanto in casi eccezionali. Secondo il libro bianco del centro studi di Seul, i motivi per i quali si rischia di finire davanti a un plotone sono i più disparati. Si parla, ad esempio, di nordcoreani giustiziati per aver guardato dvd di sceneggiati sudcoreani importati di contrabbando. Un gran numero di esecuzioni sono, invece, legate al traffico di droga, così come molte sentenze sono legate a “crimini contro il regime“. In generale, la pratica delle esecuzioni pubbliche è considerata un modo per tenere a bada la popolazione: una sorta di avvertimento a non andare contro la dirigenza.

Non a caso il picco delle esecuzioni pubbliche si è avuto tra il 2008 il 2009, quando i casi documentati furono rispettivamente 161 e 160. Gli anni di maggior lavoro per il boia e per i plotoni d’esecuzione corrispondono a quelli della malattia di Kim Jong-il. Il 2008 è infatti l’anno nel quale il “Caro Leader”, padre di Kim Jong-un, venne colto da un ictus che lo tenne a lungo lontano dalla scena pubblica; circostanza che diede sfogo a indiscrezioni di ogni tipo sulla stabilità del regime e sulla futura successione. Il 2009 fu, invece, l’anno della disastrosa riforma monetaria che aveva gettato il paese nel caos con una drastica svalutazione del won.

Morto il vecchio Kim nel 2011 e salito al potere il giovane Kim Jong-un, i numeri delle esecuzioni calano drasticamente. Si è a conoscenza di 21 giustiziati nel 2012 e di 82 morti l’anno successivo. Un bilancio che non si discosta da quello di Amnesty International, che per il 2013 parla di almeno 70 esecuzioni, ossia un decimo delle condanne a morte eseguite in tutto il mondo.

di Andrea Pira