Il commento più moderato, da parte della stampa britannica, è quello che definisce la riforma in arrivo “draconiana“, quindi rigida e severa. Ma fra lavoratori, sindacalisti e commentatori sui quotidiani è vero e proprio allarme in questi giorni per la stretta sulle leggi sui sindacati che il governo conservatore guidato da David Cameron ha proposto. Una serie di norme che, se approvate, avvicinerebbero di molto il premier tory a un’altra conservatrice “di ferro”, quella Margaret Thatcher che scatenò una vera e propria guerra con le Unions dei minatori, negli anni Ottanta, portando il Regno Unito a enormi scioperi, lunghissime manifestazioni e proteste di ogni tipo. Malcontento poi risoltosi con un nulla di fatto e con sindacati depotenziati rispetto ai “ruggenti” anni Sessanta e Settanta, quando più volte gli esecutivi in carica dovettero cedere alle organizzazioni dei lavoratori. I tempi, ora, chiaramente sono cambiati e il mondo del lavoro, soprattutto in Gran Bretagna, è completamente diverso e molto più condizionato da norme e contronorme. Rimane il fatto che la stretta sui sindacati ha dato da pensare a tutte le sigle del regno di sua maestà. E per l’autunno già si parla di grandi campagne per far cambiare idea al governo.

Il ministro alle Imprese, Sajid Javid, ha del resto precisato che l’esecutivo “sta solo rispettando il programma elettorale”. Eppure preoccupa quella norma in discussione che prevede che almeno il 50% dei lavoratori di un’impresa voti a favore dello sciopero. Così come, per le sigle, è “spaventosa” quell’altra regola che potrebbe prevedere in futuro il 40% dei voti favorevoli, per un’astensione dal lavoro, di chi opera nel campo dei servizi pubblici come la salute, l’istruzione, il sistema dei trasporti, il servizio per l’immigrazione alle frontiere e le forze dell’ordine. Un elemento, quest’ultimo, che per chi rappresenta la forza lavoro del comparto statale porterà alla totale impossibilità di attuare uno sciopero. Sempre secondo la riforma in discussione, ogni sindacato potrà dare fondi a un partito politico (e di solito questi fondi vanno all’attuale opposizione, il Labour) solamente con il voto favorevole della maggioranza degli iscritti. Un duro colpo per il partito laburista che infatti, in questi ultimi giorni, si è unito alle proteste dei sindacati.

Ancora, fra le novità proposte, quella di obbligare le sigle a fornire alle forze dell’ordine informazioni più dettagliate in casi di tumulti, così come quella che trasformerebbe uno sciopero non autorizzato, quindi di intralcio alla vita dei cittadini, in un reato punito penalmente. La parlamentare laburista Harriet Harman, che da quando Ed Miliband si è dimesso da leader in seguito alle elezioni politiche dello scorso 7 maggio è diventata capo provvisorio “reggente” del partito, è stata particolarmente dura intervenendo più volte alla Camera dei Comuni, a Westminster. Harman ha parlato apertamente di “truffa” verso il mondo del lavoro, di “manomissione”. Il Labour è spaventato. I lavoratori, comunque, molto di più.

Particolarmente contrariate sono le sigle sindacali in Scozia, dove lo Scottish National Party, partito di sinistra separatista, ora governa con pieni poteri. Il segretario generale dello Scottish Trade Union Congress, Grahame Smith, ha fatto sapere che, per lui e per gli altri sindacalisti, “il disegno di legge è vendicativo, poco onesto e inutile”. Per Smith “è anche un attacco ai diritti umani fondamentali dei lavoratori, diritti che sono ben scritti nelle convenzioni internazionali che sono state firmate anche dal Regno Unito e che ora si rischia di non rispettare più. Questo disegno di legge non ha nulla a che fare con la democrazia o la partecipazione”. Il partito conservatore, dal canto suo, ha replicato sostenendo che “si tratta di trovare un equilibrio fra le ragioni di chi sciopera e quelle di chi deve arrivare in tempo a lavoro”, con un chiaro riferimento all’ultimo grande sciopero, quello che all’inizio di luglio ha visto la metropolitana di Londra fermarsi per 36 ore, mandando nel caos l’intera metropoli inglese.

Intanto, questo 2015 segna proprio il trentennale della vittoria di Margaret Thatcher sui sindacati, quando la “Lady di Ferro”, venuta a mancare nell’aprile del 2013, ruppe la resistenza da parte dell’Unione nazionale dei minatori britannici (Num) guidata dallo storico leader Arthur Scargill. Prima del pugno duro della premier tory il Regno Unito era definito “l’uomo malato d’Europa”, appunto per quei due decenni precedenti di grandi scioperi, produttività ai minimi storici, fabbriche impantanate e miniere al collasso. Ma si trattava anche di una Gran Bretagna che conservava quel poco di spirito di comunità che ora, soprattutto nelle grandi città riconvertitesi ai servizi, pare definitivamente venuto a mancare. Cameron non sarà la nuova Thatcher e spesso il primo ministro viene deriso per quei suoi tentativi un po’ goffi di richiamarsi alla temuta predecessora. Però il partito conservatore ha la maggioranza assoluta in parlamento, quindi ha quei numeri necessari a far passare la riforma. E dal Regno Unito, come si sa, spesso nel giro di qualche anno le novità arrivano nel resto d’Europa.