RODEZ. Venerdì 17, tappa numero 13. Non ci si nega nulla, in fatto di scaramanzia, cabala e numeri fatidici al Tour de France 2015 dove la maglia gialla Chris Froome ha come pettorale il numero 31 che letto alla rovescia fa, guarda caso, 13. In questa tappa lunga 198,5 chilometri da Muret a Rodez sono stati contati 121 passaggi pericolosi; 12 strozzature; 6 terrapieni anch’essi pericolosi; 22 rotatorie; 10 rallentatori; un passaggio a livello; 3 colli e côtes. In totale, 175 punti cui fare molta attenzione. Sommate le cifre e avrete di nuovo 13. Mica è tutto, in questo incrocio assai magico di numeri. Come dimostra la vittoria allo sprint del belga Greg Van Avermaeth, che ha impiegato 4 ore 43 minuti e 42 secondi: sommando le singole cifre otteniamo 17. E ancora: Van Avermaeth ha sverniciato Peter Sagan, lo slovacco che indossa la maglia verde, ossia quella del primo nella classifica a punti. Il venticinquenne di Zilina corre per la Tinkoff di Alberto Contador, sulla maglia, ahimé, porta il numero 47: una cifra fatale, per la Smorfia napoletana infatti vuol dire “o Muorto”. Quante volte Sagan è arrivato secondo al Tour, da quando vi partecipa? Tredici.

Coincidenze? Un tempo i corridori accuratamente evitavano pettorali che non fossero, come dire, bene auguranti. In questa tappa tredicesimo è arrivato il bravo scalatore olandese Robert Gesinck che è settimo in classifica generale e come numero dorsale è il 131: le prime due cifre lette da destra fanno 13, come da sinistra. Per la cronaca, il pettorale numero 13 appartiene al belga Jan Bakelants. Il 17 al francese Christophe Riblon che in classifica è 139esimo: 1+3+9=13. Non vorrei infierire: ma proprio oggi è cambiato l’ultimo in classifica, ossia la “Lanterne rouge” del plotone. Al posto dell’australiano Michael Matthews, c’è l’irlandese Sam Bennett. Il corridore della Bora-Argon è 175esimo: 1+7+5=13. Dulcis in fundo, il suo pettorale? Sarà uno scherzo del destino, ma è 193: 1+9+3=13.

Bene, abbiamo dato i numeri: secondo il Grande dizionario della lingua italiana può anche voler dire suscitare il sospetto di tramare un inganno, di agire con doppiezza, con fini reconditi. Può darsi che abbia agito inconsciamente, d’altra parte la tappa per quasi tutta la sua durata è stata abbastanza noiosa, la sala stampa infuocata dalla canicola, i corridori stanchi dopo il trittico pirenaico e soprattutto dopo la dantesca ascesa al Plateau Beille, quando sono passati da temperature sahariane (in alcuni punti il termometro aveva toccato i 40, l’asfalto disciolto toccava punte di 60 gradi (la temperatura al suolo record appartiene al Tour del 2005, 63 gradi misurati nella tappa che attraversava il massiccio del Giura).

Il plotone ha lasciato scappar via ad appena due chilometri dal via di Muret sei colleghi che sembravano destinati a cottura lenta, gente che la Sky della maglia gialla non reputa dannosi per le varie classifiche (Froome guida pure la classifica della montagna e la Sky è la numero uno delle squadre): invece il francese Cyril Gautier, il belga Thomas De Gendt e l’olandese Wilco Kelderman hanno stoicamente resistito sino all’ultimo dei 198,5 chilometri. Il gruppo li ha fagocitati a 350 metri dal traguardo, complice un malandrino strappo finale che li ha impietriti. Disperazione dei tre. De Gendt ha ricevuto dalla giuria l’ambito premio della combattività, che è una sorta di premio di consolazione.

Consolazione che ormai è un must per Sagan, abbonato al posto d’onore. A pochi metri dalla striscia dell’arrivo si pianta come un paracarro. Scena al ralenty. Van Avermaeth incassa l’inatteso regalo perché si era visto piombare addosso lo slovacco che in volata è assai più forte di lui. Ma la salitella ha intossicato i muscoli di Peter. Van Avermaeth è uno specialista di classiche: ha vinto una Paris-Tours ed è arrivato secondo ad un Giro delle Fiandre dove è stato battuto da un irresistibile Fabian Cancellara. Il pedigree di questa volata nel cuore di Rodez è di quelli che calibrano le forze in campo: perché dietro ai velocisti finisseur come Jan Bakelants (terzo) e John Degenkolb (quarto), c’è sua signoria Chris Froome che arriva sesto e dietro l’implacabile maglia gialla un brillante Vincenzo Nibali che regola Contador, Alejandro Valverde, Tejay Van Garderen, Tony Gallopin e Nairo Quintana.

I migliori hanno provato a pizzicarsi, sono arrivati tutti insieme. Ancora una volta, Froome li ha controllati – spesso lui e i suoi tiravano in testa al gruppo per riacchiapare gli ostinati fuggitivi. Stavolta ho captato un mezzo sorriso di Nibali, segno che sente ritrovare, poco per volta, fiducia nei propri mezzi. Froome dice che lui bada al secondo e al terzo, ma aggiunge che ha visto di nuovo un buon Nibali. Il siciliano maschera l’ottimismo: “Il podio è perso, mi batterò alla giornata”.

Il sole occitano dardeggia senza pietà. Dietro alla cattedrale di Muret c’è una piazzetta dove hanno allestito baracchini con teglie di dimensioni grandiose. Qui le porzioni sfamerebbero un esercito. Terra di vacche generose e di manzo piuttosto saporito, che servono assieme ad un puré di patate cucinato con formaggio, buoni i formaggi della regione d’Aveyron. I rosé d’Occitania, se ben raffreddati, sono ottimo rimedio a queste vampate di calore, è il colore dell’estate francese, sono diventati la moda del bere, in termini di commercializzazione rappresentano ormai il 30 per cento del consumo nazionale.

Suggerisco un Malbec Rosé del 1014 prodotto dalle parti di Tolosa dal Clos Triguedina di Jean Luc Valdès. Costa poco (7,5 Euro), riproduce l’antico “vino della luna” del XVII secolo, quando la vendemmia si faceva di buon mattino. In bocca è soffice, rotondo, ben fruttato. Ottimo con la carne grigliata. Da trattare coi guanti. Che sono la specialità manifatturiera di Millau, una tradizione del dodicesimo secolo. I guanti della cittadina tentano con talento di resistere alla spietata concorrenza cinese. Prima o poi, i cinesi vinceranno il Tour.