Mentre si susseguono gli scontri e le proteste dal nord al sud dell’Italia da parte di famiglie italiane contro immigrati richiedenti asilo, (proteste cavalcate dai fascisti di Casa Pound ma, senza illusioni, possibili e futuribili anche senza leadeship della destra sociale) fa il giro del mondo il video di pochi minuti che ritrae il confronto in tv tra la cancelliera Merkel e Reem, bambina palestinese che vive da quattro anni in Germania, dopo la permanenza in un campo profughi in Libano (e che probabilmente potrà rimanere in Germania grazie a una nuova legge).

Il video va visto e rivisto perché ad ogni passaggio ci sono nuovi elementi che emergono, in questa scena mediatica dell’apocalisse in corso. Perché di apocalisse si tratta: non quella clemente e definitiva annunciata dalle scritture, né quella raccontata dalle serie tv che traspongono spunti dati dalla letteratura fantascientifica come ‘Lost’, ‘Revolution‘, ‘Zoo’, ‘Falling sky’, ‘Wayward Pine’, ‘The 100′, ‘Residue’, ‘Between’, e altre ancora.

La clemente possibilità che ci sia un momento nel quale tutto finisce, e la violenza catartica arriva a definire un nuovo inizio non è data: ogni giorno è stillicidio di ingiustizie, degrado, inquinamento, stragi. Non c’è un deus ex machina in tutto questo, né un sistema incorporeo di dominio occulto mosso da menti sconosciute: si tratta di decisioni, qui e ora, prese da singole persone, supportate con mandato o delega di gruppi sempre più vasti di popolazione nel mondo, che dicono no alla possibilità, da parte di altri esseri umani, di accedere al suolo, agli spazi, alle possibilità, alle risorse che per puro destino non sono toccati in sorte a loro. Stiamo passando alle generazioni future un messaggio inequivocabile: che l’unica differenza che conta è quella tra chi può pagare la propria esistenza e chi no, e che la cittadinanza e i diritti umani sono una roulette russa.

Nascere nella famiglia dalla pelle e dal reddito sbagliato, con il sesso sbagliato, nel luogo del pianeta sbagliato, nel quartiere sbagliato, nel clan sbagliato: questa giostra di combinazioni è la storia incarnata di miliardi di esseri umani, del tutto incolpevoli eppure situati da una parte o dall’altra della possibilità di avere vita, libertà, possibilità, dignità. Dall’altra parte ci siamo noi: da Nord a Sud, da Est ad Ovest, da Oriente come ad Occidente, più o meno baciati dalla sorte ma comunque in grado di prendere alcune decisioni che hanno effetti, oltre che su di noi, anche su molte altre persone.

Cosa possiamo fare? Almeno non alimentare l’odio con la paura, almeno educando, in famiglia e a scuola, ad una visione del mondo nella quale il mondo non è mio o tuo, ma nostro. Le lacrime di Reem, risposta silenziosa (forse davvero l’unica possibile al dire di Merkel “Non potete venire tutti qui” ) sono l’indicazione, lo spartiacque nel quale ci troviamo. Più chiara di qualunque progetto politico, di qualunque ideologia, di qualunque discorso l’emozione disarmante della bambina è lì a descrivere il crinale tra la fine del mondo e il suo reinizio. Dal punto di vista oggettivo e razionale che vuole il mondo un luogo di barriere e divisioni arbitrariamente decise quasi sempre da eventi bellici e violenti non c’è un posto al mondo, per quanto grande, ricco, attrezzato e persino bisognoso di forza lavoro che possa accogliere ‘tutti’.

Tutti: chi? Chi decide chi siano tutti? Non siamo forse ‘tutti’, noi umani? Il mondo, i continenti, i paesi, le città, i quartieri come luogo di confini, barriere, muri, frontiere è ciò che fa piangere una bambina: è il mondo costruito da molti esseri umani che lo hanno disegnato seguendo il richiamo della paura, dell’ingiustizia, dell’arroganza dell’ignoranza. Un mondo che possiamo conservare così come è, o cambiare, dimostrando che il pianeta, come insegnano i nativi americani, non l’abbiamo in eredità dalle madri e dai padri, ma in prestito dai figli e dalle figlie. Reem è una di loro.