di Claudio Ferrante

Lavorare nella musica è essersi trovato almeno una volta nel gioco del “che mestiere fai?”: quando lo spiegate, l’interlocutore vi guarda e torna a chiedervi: “Sì, ma intendo come lavoro, come attività principale cosa fai?”. Quanti musicisti, autori, produttori, manager musicali possono dire di non essersi mai trovati in una situazione del genere? L’ultimo rapporto «Io sono cultura» di Fondazione Symbola e Unioncamere sostiene che, per il settore musicale, il 2014 sia stato un anno caratterizzato da un valore aggiunto di 428 milioni di euro per un totale di 15mila lavoratori stabili e che, sul versante discografico, seppur con gli ultimi anni caratterizzati da una complessa fase di riorganizzazione, le aziende abbiano ricominciato a ricercare personale da assumere.

Il comparto dei concerti attraversa una fase di grande vivacità, testimoniata dagli incassi in crescita, secondo Assomusica i concerti generano oltre 317mila posti di lavoro a chiamata. Se guardiamo ad altri settori, allora noi della musica, con questi numeri, non facciamo proprio così pena. Certo, le cose sono cambiate. Ai tempi del Festivalbar la visibilità in tv era la vera monetizzatrice – anche solo morale – delle hits, più promozione avevi più potevi considerarti un discografico di successo.
Gli album in tempi moderni ormai si realizzano per dare inizio alle prevendite dei tour. La tv, tranne alcuni casi come Amici, Sanremo e XFactor, ha perso in gran parte l’autorevolezza di generare attesa per un evento musicale. Oggi che tutto è spoilerato sul web, conta tutto l’indotto dei commenti, la polemica, quello che dicono gli altri più di ciò che è realmente accaduto.

È la conseguenza del grande giro di boa che è in corso e dell’enorme massa critica di condivisioni di piccoli frammenti di video e di un tempo medio davanti allo schermo su un solo contenuto che mediamente non supera il minuto. La musica, rispetto ad altri settori, ha un valore incredibilmente alto, è aggregazione ed emozione insieme. Domandiamoci se esistono altri settori in cui il prodotto generi una tale attenzione. Rispetto a qualche tempo fa, oggi i giovani aspirano a lavorare in Google, Facebook o Amazon e non più in Emi o Sony Music. Le tech companies hanno stravolto persino l’ambizione dei piccoli sognatori, quelli del cosa farò da grande. Eppure, senza i contenuti, questi signori hi-tech non andrebbero da nessuna parte. Senza interpreti, autori, editori, promoters e produttori che lavorano a canzoni e album non esisterebbero gran parte delle milioni di condivisioni giornaliere che con l’attenzione generata e i fatturati decuplicati li hanno resi in pochi anni too big to fail. Siamo nell’epoca in cui la valutazione economica dei contenuti è stata di gran lunga superata da quella dei contenitori che li diffondono; l’industria musicale mondiale dovrebbe farci riflettere e indurci a tornare proprio al contenuto, all’artigianato, al puro scouting. Le nuove visionarie scoperte di oggi si affermano sul web, i nuovi artisti ricorrono a YouTube per farsi conoscere, ma se ritornasse anche qualcuno dotato di buon fiuto e iniziasse a lavorare come si faceva una volta, senza per forza doversi ispirare a modelli di riferimento presenti in altri paesi?

L’Artista deve essere il contenuto da difendere e valorizzare, e per quello servono dei professionisti che esistono nel nostro paese, così come un indotto specializzato. Valorizziamolo. Torni l’industria musicale tutta a offrire nuovi posti di lavoro, a guardare con speranza alla generazione di futuri professionisti da individuare e far crescere, in tutti i comparti della filiera. Per supportare gli artisti e i progetti. Diamo spazio alle potenzialità riservate dal futuro con la consapevolezza che senza la musica si spegne tutto il resto. La musica esisterà sempre, e sempre sarà necessario supportarla professionalmente in tutti i suoi comparti, il mercato si è assestato e ha ripreso a crescere, nel 2015 è aumentato a valore del 23%. I carrozzoni sono lenti e dovranno prima o poi accorgersi che il ricambio deve avvenire, ma le strutture più piccole ed agili no, quelle hanno bisogno di nuova forza lavoro che guardi a ciò che ci aspetta. Oltre lo streaming.

Classe 72, napoletano, Claudio Ferrante è presidente e fondatore di Artist First. Proviene dalla storica etichetta indipendente Carosello, in cui ha ricoperto diversi ruoli, da responsabile artistico a managing director. Da sempre appassionato e legato al mondo dell’entertainment, dal 2011 ricopre anche la carica di docente del laboratorio di Marketing del prodotto musicale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.