Stiamo seguendo Wayward Pines, serie americana che arruola gli spettatori con la serialità, ma offrendogli il linguaggio del cinema. Da qualche tempo si susseguono, strettamente legate alla modalità VOD (video a richiesta) che, come specifico “di più”, permette di fare filotto con più puntate di una stessa vicenda, interrompendo e riprendendo la visione a piacimento. Una forte attrattiva tecnica per il consumatore “individualista”.

Assolutamente universali, altro che centrate sull’individuo, sono per contro le storie messe in scena: la persona rispetto al partner che c’è e a quello che potrebbe esserci o c’è stato, le relazione perigliose sull’asse genitori-figli, il rapporto fra individuo e società. Insomma, pare che la tecnica possa liberarci dal gregge, ma la nostra natura è quella di viverci dentro, e questo gli autori lo sanno e ci girano attorno.

Così a Wayward Pines la questione di fondo, oltre la storia specifica, è se e quanto la libertà degli individui possa convivere con le regole della sicurezza. Questione vecchia, dal Platone del comitato notturno che reprimeva sia una costante minaccia per ogni altro finché tutti non si rassegnino a darsi un Re autorizzato, lui solo, ad azzannare tutti. Per non dire di Orwell con 1984 e de’ l’Invasione degli Ultracorpi con tanto di alieni-sosia che spuntano dai baccelloni nascosti in cantina (allusione ai comunisti in quegli anni ’50 pieni di maccartismo).

In Wayward Pines, in un lontano futuro a cui sono arrivati criocongelati, i superstiti dell’umanità sono assediati non dai baccelloni, ma da ferocissime “aberrazioni” di noi stessi (come l’inconscio ne’ Il Pianeta Proibito). A difesa contro i mostri sta una barriera come quella de’ il Trono di spade contro i non-morti. E come i tanti muri reali che sono sorti dopo quell’unico caduto a Berlino ventisei anni fa.

Nascosta in una valle, al riparo della barriera, c’è la cittadina, ovvero la civiltà salvata, con tanto di immobiliarista, drugstore, ciambelle e Tir che viaggiano non si capisce da e per dove. Costretta in uno stato d’assedio mascherato da normalità, dove ogni gesto, ogni parola, sono spiati e soppesati a garanzia della tenuta del fronte interno. La domanda posta al pubblico è, con tutta evidenza, se valga la pena di sacrificare la libertà per salvare la civiltà del drugstore e dell’immobiliarista.

Il tutto mischiando identificazione e straniamento, cioè le due leve di successo di questo genere che traveste la normalità in meraviglie più o meno tecnologiche. Quando riuscissimo a praticarlo anche in Italia, magari a modo nostro come decenni fa col western, sarà un bel momento. Sperando di arrivare a vederlo senza passare per la surgelazione.