Da vivo non è mai stato condannato per mafia. Da morto, invece, la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria riesce a confiscare l’impero immobiliare e finanziario di don Rocco Musolino, “Re della Montagna”, padrone incontrastato dell’impresa boschiva dell’Aspromonte e uomo di collegamento tra la massoneria, le istituzioni e la ‘ndrangheta reggina.

Su richiesta del procuratore Federico Cafiero De Raho e dell’aggiunto Gaetano Paci, il Tribunale Misure di prevenzione ha confiscato beni per 153milioni di euro all’uomo (deceduto il mese scorso) la cui storia imprenditoriale – scrivono i giudici sposando l’impianto accusatorio dei carabinieri e della Dia – “si è svolta grazie ai rapporti stabili e reciprocamente vantaggiosi dallo stesso cercati ed abilmente coltivati con la locale criminalità organizzata. Insomma, la sua autorità mafiosa è stata tale da non richiedere manifestazioni concrete e dimostrabili di mafiosità, nel senso che basta pronunciare il nome di Rocco Musolino perché gli altri mafiosi si facciano da parte, segno del rispetto per il ruolo di rilievo ricoperto”.

Sono stati strappati alla ‘ndrangheta quindi 338 beni immobili tra ville, fabbricati, terreni ed appartamenti. Ma anche compendi societari e rapporti finanziari (per 7 milioni di euro) che farebbero riferimento al boss Musolino il quale, all’inizio della sua carriera criminale era vicino alla cosca mafiosa dei Serraino.

Nessuno era mai riuscito a far condannare per mafia Musolino, ex vicesindaco democristiano di Santo Stefano d’Aspromonte, unico capace di far sedere allo stesso tavolo famiglie di ‘ndrangheta in guerra tra loro. Per oltre mezzo secolo la Procura di Reggio Calabria ha provato ad inchiodarlo. Nei corridoi del palazzo di giustizia, don Rocco viene descritto come un finanziatore occulto di magistrati “disponibili”, politici “corrotti” e imprenditori “compiacenti”. Nonostante non fosse un uomo istruito, la sua caratura criminale gli consentiva di trattare con chiunque. Basta andare indietro con la memoria e ricordare quando, da solo, stava mettendo in piedi una banca popolare. Coinvolto nel maxi-processo “Olimpia”, era stato accusato anche dell’omicidio del boss Giorgio De Stefano avvenuto in contrada “Acqua del Gallo” nel novembre 1977. Un delitto eccellente, avvenuto durante un summit di ‘ndrangheta, da cui uscì pulito. I malpensanti ritengono che non sia stata proprio una coincidenza il “prelievo” di alcuni miliardi effettuato da sua moglie in banca alla vigilia della sentenza. Tuttavia nessuno è mai riuscito a dimostrare un collegamento tra i bot scambiati dalla moglie mentre don Rocco era detenuto e l’esito del processo per l’omicidio di De Stefano.

Ufficialmente un imprenditore boschivo, il suo nome (tirato più volte in ballo dai pentiti) ha sempre goduto delle attenzioni della Dda e, dopo anni, era tornato agli onori della cronaca l’estate del 2008 quando il 23 luglio è stato vittima di un agguato tesogli in contrada “Salto la vecchia” a Santo Stefano, proprio nel suo regno.

Era stato raggiunto al volto e al torace, mentre il suo autista Agostino Priolo era stato ferito alla mano sinistra. Anche quell’occasione il mammasantissima ce l’ha fatta. Ferite, a bordo di una Nissan Micra, le due vittime si sono recate a Villa San Giovanni, nella clinica Caminiti, dove il patriarca era stato ricoverato. I due pallettoni lo avevano colpito di striscio non provocando danni agli organi vitali. Nelle settimane successive i carabinieri hanno intercettato una conversazione tra Rocco Musolino e un altro importante boss della provincia di Reggio, Mico Alvaro di Sinopoli. In quell’occasione una frase pronunciata da Musolino dimostra tutta la sua caratura criminale: “Non voglio sapere chi ha sparato – avrebbe detto – l’importante è che lo sappia lei chi è stato”.

Ritornando alla confisca, i dettagli dell’operazione sono stati illustrati stamattina dal procuratore De Raho secondo cui “i 153 milioni di euro confiscati sono una cifra calcolata per difetto. Musolino era un personaggio che aveva rapporti con i cosiddetti “colletti bianchi”, pezzi delle istituzioni legati alle famiglie mafiose. Il risultato di oggi è straordinario perché Rocco Musolino era ritenuto un elemento apicale della ‘ndrangheta, un punto di riferimento per le cosche più importanti della provincia”.