Sarà il caldo torrido, ma c’è un’aria strana in giro. Non è solo lo scirocco che arriva dalla Grecia e che riporta solo brutte notizie spesso indecifrabili, incomprensibili e inseparabili dalla propaganda. Non è il venticello calunnioso dei giornali – non solo italiani – tutti allineati e coperti a difendere a una sola voce le stesse cause, i medesimi interessi, non si sa bene rappresentativi di chi, certo non della maggioranza della popolazione. In questa prima parte d’estate la crisi economica sta avendo un effetto-restaurazione spaventoso, che dovrebbe preoccupare un po’ tutti, non solo quelli che non patiscono le torride giornate di questi giorni e non si fanno distrarre dal sudore. Non ridete, la democrazia è in grave pericolo.

Pericle
Pericle

La propensione dei politici per la democrazia è proporzionale alla loro distanza dal potere, se sono ai vertici è uguale a zero. Gli economisti poi non hanno mai avuto nessuna simpatia per la democrazia, un po’ come tutti gli intellettuali, perché in fondo (nemmeno troppo) l’idea che tutti contino allo stesso modo non gli va a sangue. In più, specificamente, nella teoria economica, ad esempio, non c’è spazio per la democrazia. Presso alcuni economisti (i cosiddetti teorici del libero mercato) per precisa convinzione pre-scientifica, per altri – quelli che chiameremmo economisti sociali – per una spocchia inconfessata, che in ogni caso li porta a perseguire discriminazioni non disinteressate, a seconda degli obiettivi del momento (togliere illegittimamente a un ricco o a un povero, dal punto di vista della democrazia è parimenti un controsenso). In altre parole la democrazia non è certo di famiglia (endogena) alla teoria economica, primo perché di proposito ambisce a sottrarsi a principi extra-economici, secondo perché di fatto, come alcuni hanno dimostrato efficacemente, essa è un impaccio all’efficienza economica (Robert J. Barro) soprattutto in fasi di avanzato sviluppo.

Quindi il problema non è solo che l’attuale governo italiano sta attuando una serie di misure limitative della democrazia, dalla riforma del mercato del lavoro, alle leggi elettorali, ai provvedimenti spot a favore di questo o di quello. È una tendenza generale, su più livelli. La crisi (rottura/separazione) ha reso ancora più acuto il contrasto antico tra gruppi organizzati e interessi generali e le difficoltà dei primi si sono tradotte in un’intensificazione delle azioni di supporto ai loro obiettivi e quindi in una riduzione dello spazio per la tutela degli interessi diffusi. Tra le banche e i risparmiatori, tra i produttori e i consumatori, tra gli eletti e gli elettori, tra creditori e debitori vediamo quotidianamente a vantaggio di chi sono state fatte le scelte.

Né la storia si limita al fatto, che, come abbiamo visto tutti in questi ultimi mesi, le istituzioni europee, gli Stati nazionali nostri vicini marciano tutti a grandi passi nella direzione di una restaurazione potente del potere delle oligarchie, economiche, politiche, culturali. La Merkel o Cameron, l’euro forte o Obama debole, la Cina con i suoi impressionanti rischi e la sua potenza economica condotta come una macchina da guerra da alcuni ‘generali’, la Russia alla ricerca del perduto prestigio internazionale che fa dimenticare ai suoi cittadini la strada della democrazia: sono tutti segni di un mondo ormai tacitamente schierato contro la democrazia e contro l’interesse dei singoli cittadini, come la punta di un processo che riguarda tutto il mondo ‘sviluppato’.

Eppure noi continuiamo a essere fiduciosi che in un futuro anche prossimo, lo sviluppo, passerà attraverso, non dico la democrazia che resta un sogno, ma certamente attraverso un’estensione della partecipazione ai benefici dello sviluppo economico, un’ampliamento del numero dei commensali. Anzi – e vogliamo dirlo ai nostri manovratori – siamo convinti che è veramente miope illudersi che, per vili fini di tutela di alcuni gruppi, la ricchezza e il benessere che viene strappato alla maggior parte dei cittadini non determinerà alla fine reazioni estremamente dannose anche per quanti oggi continuano a credere come proprio vantaggio il danno altrui. Non conviene mai, nel perseguire il proprio interesse, lasciarsi troppi cadaveri alle spalle. Questo non è un vecchio principio democristiano, è una semplice legge del buonsenso. Il benessere, la ricchezza, la qualità della vita – tutti obiettivi composti da molteplici elementi non esclusivamente materiali – si godono meglio in una società che riduca e non alimenti i contrasti.

La questione non è di poco conto e le soluzioni non sono semplici, ma già la consapevolezza che una battaglia è in corso potrebbe essere il punto di partenza per un cambiamento. La libertà è partecipazione – come diceva Gaber – ma a maggior ragione lo è la democrazia. Farsi solo gli affari propri, a meno che non si sia il Ceo di Goldman Sachs, non giova come si potrebbe sperare, né nel medio, né tantomeno nel lungo periodo. Ma questa è una banalità. Bisogna ampliare le nostre prospettive, capire che la vita è una struttura complessa, che non si risolve con scelte semplicistiche causa-effetto. E soprattutto dobbiamo comprendere che è necessario tornare a batterci ogni giorno con estrema concretezza per la democrazia. Non so quando sia incominciato in Italia il percorso della democrazia, ma certamente è ora di riprenderlo con forza, senza divisioni, prima che sia troppo tardi.