Circola sui social network, da Facebook a Twitter. Si chiama “Charlie Challenge” e simula una seduta spiritica. Una goliardata che nelle scorse settimane è costata il ricovero in ospedale anche ad un quindicenne di Napoli. Il quotidiano Telegraph scrive che il gioco – diffuso anche all’estero tra gli adolescenti – ha origini messicane: bastano due matite e un pezzo di carta e lo scopo è quello di entrare in contatto con uno spirito di nome Charlie. Sul foglio vengono tracciate una linea orizzontale e una verticale e nei quattro quadri si scrivono le parole “Si” o “No”. Il resto lo fa la suggestione: nei video su YouTube si vedono ragazzi pronunciare una particolare “formula” e chiedere a Charlie, lo spirito, di giocare. Se una matita si muove verso la risposta affermativa si può proseguire e chiedere altro.

Un allarme che gli educatori avevano già avvertito nelle scorse settimane quando il gioco aveva iniziato a circolare nelle scuole. All’istituto comprensivo “Sommariva” di Cerea, in provincia di Verona, il dirigente Antonino Puma, a fronte a molti dei suoi alunni della secondaria di primo grado che in classe incrociavano le matite evocando Charlie, aveva preso carta e penna per scrivere alle famiglie e informare i suoi studenti che avrebbe vietato questa pratica.

“Si informano i genitori che in questi ultimi giorni sta spopolando tra i loro figli un nuovo ‘gioco’ preso da Internet – ha scritto – in cui si simula una seduta spiritica. Molti ragazzi lo hanno sperimentato anche a scuola, generalmente al cambio dell’ora di lezione, creando nei compagni più sensibili paura e angoscia. Si avvisano perciò gli alunni e i genitori che, nel caso si ripresentasse a scuola la stessa problematica, verranno presi seri provvedimenti disciplinari”.

Un allarme che spiega bene Marina D’Amato, professoressa di sociologia delle comunicazioni di massa e sociologia dell’infanzia all’Università Roma Tre: “Quando si è imposta la cultura scientifica a metà Ottocento tutta la borghesia illuminata faceva sedute spiritiche. Si tratta di una risposta umana e sensitiva all’ipertecnologia”. Secondo D’Amato “nel momento in cui la tecnologia pervade l’umanità e tutti i rapporti passano attraverso mediazioni che non sono più il faccia a faccia e l’interazione quotidiana, la risposta umana che noi sociologi chiamiamo sensitiva è quella di andare a cercare una dimensione sovrannaturale“. Per la docente “è lo stesso fenomeno che avvenne nell’Ottocento. Di fronte alla scienza imperante l’individuo cerca una modalità di esistere interattiva con altri individui; in questa nostra società esasperata dal fatto che la gente sta su Facebook conoscendo milioni di persone senza essere realmente amico, si ricorre al sovrannaturale. Non cadiamo nel tranello di giudicare i casi che sono finiti all’ospedale, non buttiamoci in questa avventura”.

Un fenomeno difficile da arginare, secondo Paolo Ferri, docente di teorie e tecniche dei nuovi media all’Università Bicocca di Milano e autore di “I nuovi bambini. Come educare i figli all’uso della tecnologia, senza diffidenze e paure”: “Chi è finito in ospedale aveva già problemi prima. Qui c’è di mezzo il mistico. Il problema è l’uso civile o meno dei social network. Bisogna stare attenti, tuttavia, a non demonizzare: del resto i gruppi delle anoressiche online ci sono e non si possono abolire. Più si vieta, maggiore è l’effetto opposto”. Per Ferri “siamo di fronte ad una dinamica social che è impossibile fermare; bisogna educare. Se avessimo un Paese preparato avremmo meno paura di Charlie Challenge. Lo psicotico ci sarà sempre ma in Italia c’è una mancanza di educazione all’uso dell’online”.