Vent’anni fa ci lasciava uno dei pianisti più controversi e mitizzati della storia. Arturo Benedetti Michelangeli era stato quasi divinizzato, specie in Italia: ogni suo concerto era una sorta di miracolo o di liturgia. Per assistervi accorrevano fanatici da ogni parte del mondo. Da quanto il grande Cortot nel concorso di Ginevra del 1939 lo definì ‘il nuovo Liszt’ la fama di esecutore impeccabile, magnetico e geniale non lo abbandonò più.

Dopo lo stop forzoso della guerra la sua carriera prese slancio e ben presto divenne una star del pianismo mondiale e un divo su cui si incrostò sin da subito una aneddotica minuziosa; a volte stucchevolmente agiografica, certe altre davvero inquietante. Non deve essere stato un uomo facile, leggendarie sono le sue prove di misantropia e le sue eccentricità, la sua scelta quasi monacale di vita, tanto da meritarsi un verso di una famosa canzone di Franco Battiato. Ma è sicuro che Benedetti Michelangeli fu un pianista singolare. A cominciare dal repertorio.

Poche sonate di Beethoven, qualche Galuppi, qualche Scarlatti, non molto Chopin, una sola sonata di Schubert, le quattro ballate di Brahms e (non tutte) le Paganini Variationen, un paio di opere di Schumann e poi Debussy e Ravel. I concerti per pianoforte e orchestra, non più di una dozzina. Insomma per essere un pianista ‘divino’ il repertorio sarebbe esageratamente striminzito. Eppure. Già, c’è un enorme ‘eppure’ che da quei pochi dischi autorizzati, dalle registrazioni radiofoniche superstiti, dai ‘live’ rubati ci turba ad ogni ascolto ponderato. Sarà il suono assolutamente peculiare e levigatissimo di una incantevole bellezza, le dinamiche controllatissime, il fraseggio sempre elegante, aristocratico. Musicista innanzitutto e poi virtuoso straordinario.

Basta ascoltare due dischi a caso nella sua esigua discografia ‘ufficiale’: il Quarto concerto di Rachmaninov inciso a Londra per HMV nel 1957 e il Primo Libro del Preludi di Debussy inciso per DG nel 1978. Come si sa quel Quarto rimane una delle pietre miliari in discografia, c’è chi lo considera il migliore mai inciso, insieme a quello con l’Autore al piano. E per spiegare la primazia di questa incisione basta anche un rapido ascolto: tempi serrati su cui il pianista passa sopra come la più elegante delle schiacciasassi, macinando le iperboliche difficoltà della scrittura pianistica di Rachmaninov senza apparente fatica, come fossero delle sonatine per l’infanzia, facendoci vivere questa illusione in maniera credibile. Un controllo tecnico che lascia ancora sbalorditi e una sonorità incantevole, perché una delle peculiarità di quel genio è stata quella di conservare, anche nei momenti più concitati e arrischiati tecnicamente, un ‘velluto’ meraviglioso.

Di velluto estremo si può parlare anche per il Debussy del Maestro. Interpretazione che molti reputano definitiva, o seconda solo a quella molto impressionistica, magica ma tecnicamente meno pulita, di Gieseking. Dal punto di vista del suono si ha qui una ricerca ossessiva della calibratura di timbri e dinamiche, si viene colpiti fisicamente dalla bellezza inaudita del suono, coniugata ad uno scavo espressivo che mira a riprodurre il precario, lo sfuggente, il mai definitivo. Anche di questa interpretazione abbiamo molti altri riscontri: almeno 3 ‘live’ radiofonici e un video, a conferma che la ricerca ostinata di quegli equilibri non era certo affidata al ‘momento’.

Per sempre gli rimprovereremo di non aver allargato il repertorio, tante pagine avrebbero avuto bisogno di essere illuminate dalla sua subtilitas, tuttavia per l’interpretazione delle 4 Ballate di Brahms, e specialmente della languida, struggente lettura della quarta, butTeremmo a mare centinaia di inutili dischi.