E’ un Alexis Tsipras livido quello che ieri mattina ha giustificato il suo via libera all’accordo con un laconico “Ci siamo assunti la responsabilità della decisione per evitare i piani più estremi dei circoli conservatori in Europa”. La responsabilità maggiore dell’assoluta durezza delle condizioni dell’accordo definite dallo Spiegella lista della crudeltà” è stata della Merkel e della sua decisione di sposare in pieno la posizione del suo ministro delle Finanze, che voleva la Grecia fuori dall’eurozona già dal 2012.

E’ stata la fortissima pressione di Wolfgang Schaeuble che ha legato ogni prospettiva di evitare la Grexit ad una sostanziale capitolazione dei Greci, giustificata con la parolina magica “fiducia” (leggi “o fai come dico io o fuori”). L’unico aspetto positivo dell’accordo unanime che i Capi di Stato e di governo dell’Eurogruppo hanno raggiunto dopo lunghi negoziati è stato appunto di evitare il peggio, soprattutto per l’Eurozona: una Grexit disordinata.

Ma il risultato è tutto fuorché un accordo giusto e non può neppure essere definito un compromesso. È essenzialmente un diktat; una prova di forza che prescinde dal contenuto. Perché non interessa poi molto che queste misure servano a riportare Atene sulla via dell’uscita della crisi. La Grecia è stata posta di fronte alla scelta tra una Grexit e l’essere trattata come un protettorato, che come tale deve fare esattamente ciò che le viene detto, a prescindere dal fatto che serva o no e dalla sua opinione o convenienza.

Anche se Tsipras non è immune da critiche, dalla scelta dell’alleanza con la destra, al rifiuto di diminuire le spese militari invece che (per esempio) aumentare l’Iva, alla scelta di lanciare il referendum prima della fine dei negoziati con l’Eurogruppo, voglio veramente insistere su questo punto: questi negoziati, l’umore astioso in cui sono stati condotti ed il loro risultato segnano un punto di svolta nel progetto di integrazione europea. Niente più “Unione sempre più stretta”, ma unione reversibile da ora in poi, aperta a chi segue le regole dell’equilibrio di bilancio, a prescindere che serva o no. Non un ideale di Europa Unita a 28 sulla base di valori e politiche volte a rafforzare coesione e benessere, ma un dominante nocciolo duro in formazione in cui si è ammessi solo se si “rispettano le regole” (quante volte lo abbiamo sentito?), le regole dell’austerity e del deficit di bilancio come massimo delitto da sanzionare con durezza da parte di tecnocrati molto politici e che fanno esattamente ciò che i loro padroni, che tecnocrati non sono, dicono loro di fare.

Il punto, perciò, non è quello della perdita di sovranità della Grecia. Io sono a favore di passare la sovranità a entità sovranazionali, e la Ue ha degli aspetti importanti di democrazia sovranazionale. Il punto è che questa perdita di sovranità viene collegata all’austerità quale dogma dominante della politica europea; anche se, a ben guardare, questa fede cieca nelle virtù del pareggio di bilancio comincia a dare qualche problema anche ai tedeschi: con infrastrutture cadenti e centinaia di migliaia di “lavoratori poveri”, anche a loro converrebbe discostarsi dalla regola assoluta del pareggio di bilancio.

Dobbiamo però guardarci dall’attribuire solo al governo tedesco la responsabilità di questa situazione che è politica ma anche culturale e istituzionale. E’ naturalmente vero che la Troika composta da Schaeuble (la mente), Merkel (il boss) e Gabriel (l’utile finto progressista) ha imposto l’austerity ed è stata il motore di una involuzione intergovernativa dell’Ue che marginalizza la Commissione europea, e riduce tutto a un rapporto fra Stati, dove vince chi è più forte, e quindi la Germania. Però è anche vero che solo la Francia, Cipro e la Commissione (e quasi fuori tempo massimo, quando era ormai troppo tardi) hanno sostenuto condizioni meno draconiane per la Grecia. Tutti gli altri no. Dietro la Merkel, tutti i paesi dell’Est, che ricevono miliardi dall’Ue; Spagna e Portogallo, che volevano l’umiliazione di Tsipras per mandare un messaggio ai loro elettori.

Anche l’Italia era contro la Grexit, non contro le misure recessive approvate. Padoan ha sottoscritto (come Sapir) l’orribile testo uscito dall’Eurogruppo, con le misure lacrime e sangue. E’ falso e ipocrita dire che la linea italiana era davvero così diversa rispetto a quella di Schaeuble, sulle misure che hanno messo la Grecia sotto tutela. D’altra parte, se davvero ci fosse stata una posizione diversa, sia la Francia che l’Italia avrebbero reagito molto prima; magari avrebbero evitato che, sentendosi in trappola e isolato, Tsipras andasse al referendum prima della conclusione dell’Eurogruppo, facendosi accusare di avere ribaltato il tavolo. Chissà. Non lo sapremo mai: e comunque la storia non si fa con i se e con i ma.

Ciò detto, noi che testardamente pensiamo che un’altra Europa sia possibile, dobbiamo riflettere e non arrenderci; dobbiamo denunciare l’azione inefficiente, sbagliata, debole e alla fine complice nella disfatta di Tsipras e soprattutto della sua battaglia contro l’austerità “uber alles”, tenuta dal ministro Padoan e da Renzi. E non dobbiamo pensare che la partita sia finita. Perché l’austerity ha marcato oggi un punto. Ma non è ancora impossibile cambiare. Non è ancora impossibile costruire un’Unione di cittadini invece che di Stati, conservatori per di più!

L’accordo sottoscritto ieri, se sopravvivrà ai voti dei Parlamenti nazionali, dovrà passare per varie tappe e nuovi negoziati, dato che le misure approvate sono le condizioni preliminari prima di discutere il prossimo  “salvataggio”. Sarebbe un gravissimo errore pensare che l’unica risposta a questa situazione sia organizzare campagna sgangherata e velleitaria contro la Germania, contro l’euro o contro Juncker. No.

Dobbiamo rilanciare, sulla strada accidentata dell’applicazione dell’accordo concluso ieri, la battaglia per la riduzione del debito e non solo per la Grecia; insistere che i 35 miliardi di euro che spettano alla Grecia, non per gentile concessione della Commissione europea come ha detto Juncker, ma in base alle prospettive finanziarie approvate nel 2014, siano spesi in modo positivo e sostenibile. Battersi perché l’eliminazione della corruzione e dell’evasione fiscale, più che il taglio delle pensioni e i licenziamenti collettivi, vengano messe in cima alle riforme da fare per risollevare l’economia greca. Ci aspettano le elezioni in Spagna e in Portogallo. La situazione in Francia è “mobile”. In Italia il cinismo di Renzi potrebbe orientarlo in una direzione meno inutile alla causa del superamento dell’austerity, se questo diventasse politicamente più attraente che continuare a seguire l’ortodossia dei tedeschi. E se le forze per un’alternativa per l’Europa e per l’Italia si organizzassero e si facessero sentire di più, al di là e a prescindere dell’etichetta di “sinistra”.

Questa è stata una settimana nera per l’Europa. Se gettiamo tutti la spugna, ce ne saranno molte altre.