Circa una settimana dopo il referendum greco, che aveva suscitato speranze in un possibile cambiamento dei rapporti di forza all’interno dell’Eurozona, tutto è tornato come prima. Al pesciolino Tsipras e alla sua Grecia (meno del 2% del Pil complessivo dell’area Euro) sarà concessa un pochino d’acqua in più in modo che, per qualche  mese, non assisteremo alla triste scena di anziani che dopo una vita di lavoro devono, sotto il sole, aspettare ore per ricevere la paghetta da Mario Draghi. L’immagine è proprio quella di tanti pesci a cui viene tolta l’acqua e si dimenano sofferenti cercando di respirare. Ma se il livello dell’acqua per un poco salirà, il problema principale è che l’acquario è sempre lo stesso. Un acquario in cui non ci sono vetri di separazione e di conseguenza il pesce grande azzanna quello piccolo.

Uscendo dalla metafora ittica, pur non conoscendo la Teoria della aree valutarie ottimali di Mundell, dovrebbe essere chiaro che, dopo più di un decennio d’esperienza, legando economie di peso diverso a un cambio fisso, accade che quelle forti diventano esportatrici e creditrici e quelle deboli importatrici e debitrici. Allora si potrà azzerare anche il debito greco, ma se non si cambia la causa, tutto tornerà come prima. Come ha spiegato l’economista inglese Kenneth Boulding*: “Con l’euro è stato come mettere su di un ring un peso massimo come Cassius Clay contro un peso piuma dilettante”, è come se, in questi anni, ci si fosse impegnati solo a tamponare gli zigomi sanguinanti della Grecia, senza fermare i pugni di chi la colpiva. Il dramma è che in questo incontro di boxe non è possibile nemmeno gettare la spugna: i trattati non lo prevedono.

E allora? Allora ci vorrebbe coraggio, un coraggio che Tsipras non ha avuto. Raggirando il desiderio di cambiamento scaturito dal referendum. Una frase di un militante comunista greco che La Repubblica ha riportato, spiega ciò è accaduto: “Se questo accordo lo avesse proposto l’ex premier Antonis Samaras adesso qui ci sarebbe Tsipras a fare da capopopolo, invece lo vedete? Lui sta lì dentro. A fare le stesse cose di chi c’era prima”.

La storia si ripete: invece di cambiare il Sistema ci si fa cambiare da esso. Ma la colpa a mio avviso non è di Tsipars, ma di coloro che gli avevano cucito addosso un vestito non calzante alla sua statura politica. Tsipras (che mai ha dichiarato di voler uscire dall’euro) ingenuamente pensava di convertire i fautori dell’austerity in marxisti; ignorando che in Europa si sta consumando una guerra tra due dottrine: quella neoliberista e quella keynesiana. Una guerra che i neoliberisti stanno stravincendo imponendo anche nel vecchio continente, un pensiero unico che ha permesso la sostituzione della democrazia in plutocrazia.

Come ha affermato il filosofo tedesco Jurgen Habermas: “In Europa la democrazia è soltanto di facciata”. E il referendum greco n’è una prova. Del resto cosa è servito far votare se Tsipras poi ha proposto tagli, tasse e riforme ancor più dolorose di quelle che i greci avevano bocciato con il referendum? In questi giorni più volte mi è tornato alla mente un aforisma di Mark Twain: “Se votare servisse a qualcosa, non ce la farebbero fare”.

Come più volte ha ben spiegato Alberto Bagnai è solo questione di tempo e nuovamente si ripresenteranno i sintomi dato che non si ha la volontà di curare le cause.

Potrò sembrare duro, ma gli unici risultati concreti ottenuti da Tsipras sono che da quando è diventato premier ai vertici internazionali non è più un tabù non indossare una cravatta (una vittoria importante se si pensa che il nostro finto giovane premier gliene aveva regalata una…) e  che è riuscito ad ottenere il cambiamento del famigerato nome Troika in Istituzioni. Per analogia sarebbe come auspicare che mutando il nome da Mafia in Cosa Nostra, Toto o’ Curtu si trasformasse per miracolo semantico in un giovane monaco buddista. La verità è che le “vittorie” di Tsipras sono fatte di parole ed etichette. Il suo popolo resterà nell’austerity, quell’austerity che è sinonimo di neoliberismo e l’euro non è altro che il trionfo del neoliberismo, il che significa che per la proprietà transitiva austerity è uguale ad euro.

Io continuo a sperare che si possa costruire un’Europa in cui non regni il pensiero unico mercantilista, ma quell’idea di convivialità delle differenze dove a decidere sono i popoli e non élite sovranazionali senza alcun mandato elettorale.

* L’economista a cui mi riferisco in realtà è belga e si chiama Éric Toissent