Valentina Vezzali e Aldo Montano sono delle eccezioni. Il resto di noi vince, finisce sul giornale e poi i tifosi se ne dimenticano, perché smettiamo di far parte dalla loro quotidianità. In Italia manca la cultura sportiva, esiste solo il calcio. E non starò a dire che non importa. Io, noi, ne soffriamo”. Si chiama Paolo Pizzo, è uno schermidore catanese ed è salito sul tetto del mondo, un giorno. Esattamente il 12 ottobre del 2011. Ma non è stata l’unica vittoria. Dopo, un argento agli Europei del 2014. Prima, un tumore alla testa, quando aveva solo 13 anni. In mezzo la sua storia. Con un pensiero rivolto alla crisi della Grecia. Paolo sta per volare a Mosca, dove dal 13 al 19 luglio gareggerà ai Mondiali di scherma. Specialità: spada.

In ballo c’è la partecipazione ai Giochi olimpici di Rio 2016. Come ci si qualifica?
“Si qualifica la squadra. Ogni arma, la sua. Se salissimo sul podio di Mosca la partecipazione ai Giochi sarebbe più vicina. A marzo si chiude il ranking e le prime cinque nazionali voleranno in Brasile. Dopo i Mondiali ci sarà la Coppa del Mondo, cinque tappe da ottobre a marzo. Ci giocheremo il tutto per tutto. Alle Olimpiadi di Londra io c’ero, ho chiuso al quinto posto. Stavolta voglio vincere. Voglio tornare e voglio vincere”.

Cosa ricorda del 12 ottobre 2011, l’oro mondiale nella sua Catania?
“Ogni cosa. Avevo una freddezza spaventosa. Era la giornata perfetta. Anche se stavo perdendo un match, rimontavo. E poi la spinta del pubblico. Quante volte un atleta ha la fortuna di giocarsi un Mondiale in casa? Amo profondamente la mia città, ho due tatuaggi che le rendono omaggio: la frase “melior de cinere surgo” sul braccio (“risorgo più bella dalle mie ceneri” è incisa su una delle porte di Catania, ndr) e la scritta Etna sulla spalla destra”.

Il terzo tatuaggio è una scritta greca, invece. E’ il luogo dove passa tutte le estati. Cosa pensa di quello che sta accadendo ad Atene?
“Personalmente avrei votato sì al referendum, perché mi piace il concetto di Europa solida e unita, anche se può sembrare un’utopia in questo momento. Sono legatissimo alla Grecia e preoccupato per la loro situazione. Ma non credo che abbia le forze e le strutture tali per venire fuori autonomamente dalla crisi. Spero però che quello che è successo serva da lezione a tutta l’Europa”.

Torniamo allo sport. La vittoria del Mondiale le vale il biglietto aereo per Londra. Ma i Giochi olimpici non sono andati come sperava. Perché?
“Il guaio è stato che all’inizio del 2012 mi sono operato alla mano, ma non è tornato tutto a posto. Non sono andato oltre i quarti di finale. Nonostante questo la cerimonia di apertura è quel momento che, qualunque cosa accada dopo, te la porti dentro per sempre. Avevo Bolt dietro di me…”.

Serve una seconda operazione alla mano. Nel frattempo smette di vincere e scivola dal terzo al 43esimo posto del ranking. Cosa succede?
“Perdevo contro avversari che prima avrei battuto e ho cominciato a farmi delle domande. La bravura è stata trovare le risposte giuste. Sono pochi gli sport dove entri dentro ad una maschera. E lì ti trasformi. Da ragazzino giocavo sia a calcio (portiere) che a pallavolo (alzatore). Ma la scherma rifletteva di più il mio spirito individuale. L’argento agli Europei dello scorso anno è stata la dimostrazione che non è ancora ora di smettere”.

A 13 anni scopre di avere un tumore. Come si affronta il dolore a quell’età?
“Avevo sempre mal di testa e sempre più forti. Ma li sottovalutavo, ero incosciente e non volevo dirlo a nessuno. Dopo mesi, questi dolori erano arrivati a provocarmi crisi epilettiche. Poi un giorno mia sorella è testimone di una di queste e lancia l’allarme. Mi operano subito. Mi ero portato dentro un segreto incredibile per un ragazzino. E’ stata una sensazione di liberazione. I controlli sono durati anni e anche oggi, quando ho un mal di testa, ci penso. Sono molto legato a mia sorella Marina. Ha un anno meno di me, vive a Berlino, è un’artista. E insegna scherma”.

I medici le hanno impedito di tornare in pedana?
“Ecco, vorrei dire che non è vero. Me l’hanno sconsigliata in quanto disciplina di contatto. Ma nessun divieto. In compenso prima dell’operazione ero un fiorettista. Poi ho cambiato tecnico e sono passato alla spada. In questo sport siamo tutti specialisti”.

Dal 2001 è un atleta dell’ Aeronautica militare. Che significa per uno sportivo?
“Che investono nella tua carriera, che puoi vivere del tuo sport. Sono entrato l’ultimo anno di leva obbligatoria. Primo giorno: 9 settembre. Due giorni dopo ci fu l’attentato alle Torri gemelle. Revocarono subito tutte le licenze, poteva succedere qualunque cosa. Per fortuna non successe nulla”.

A settembre sposerà Lavinia Bonessio, atleta della nazionale azzurra di Pentathlon. La sua richiesta di matrimonio ha fatto il giro del web. Se lo aspettava?
“Avevo pianificato tutto già da un mese. Lavinia doveva gareggiare e io sarei arrivato in pedana con l’anello in una mano e una rosa nell’altra. Non poteva dirmi di no…”

Nel 2016 uscirà la sua biografia. Com’è andata?
“Parte del ricavato andrà all’AIRC (Associazione italiana ricerca sul cancro) di cui sono un testimonial. Raccontare la mia vita così profondamente è stato come partecipare a tante sedute di psicanalisi (ride,ndr). Ma avevo letto “Open” di Agassi e ne ero rimasto folgorato. Quando me l’hanno proposto ho accettato subito”.