Basta guardare la griglia di partenza del GP di Germania per capire subito che qualcosa è cambiato. Melandri non sarà più in pista. La sua avventura in MotoGP è ufficialmente terminata, in modo incolore e anche un po’ triste. Il divorzio con Aprilia Racing, del resto, era annunciato. “Nonostante faccia del mio meglio, mi sento un principiante in moto e non ho assolutamente feeling”, aveva twittato. Parole che stonano con la carriera di chi è stato campione del mondo, nel 2002 in 250, e ha dato filo da torcere perfino a Valentino Rossi, tre anni dopo, laureandosi vice campione del mondo in MotoGP. A seguito della risoluzione consensuale del rapporto contrattuale con il pilota ravennate, a Noale hanno scelto il tester Michael Laverty per la seconda RS-GP. Un pilota che ha già esperienza in MotoGP, avendo corso con il team britannico Paul Bird Motorsport. E dopo i fratelli Aleix e Pol Espargarò, adesso ci saranno altri due piloti con lo stesso cognome. Michael, infatti, è fratello di Eugene, che corre nella top class con la Honda del Team Aspar, oltre che di John, ex pilota della British Superbike.

Il nordirlandese, però, eredita una situazione tutt’altro che semplice da gestire. Basta pensare al fatto che Melandri, in 8 gare, non è mai andato oltre la 18esima posizione. E ha lasciato definitivamente la MotoGP senza collezionare nemmeno un punto. C’è più di qualche attenuante – è bene ricordarlo – a discapito di Macho. I limiti della RS-GP sono sotto gli occhi di tutti. Il nuovo motore V4, con distribuzione a valvole pneumatiche come la concorrenza, sembra spingere a dovere. La parte ciclistica e il telaio, invece, non convincono. D’altronde, la RS-GP è nata da poco e sconta ancora qualche difetto che ricorda più una Superbike che una MotoGP.


Una classe, questa, nella quale l’Aprilia ha scelto di anticipare il proprio rientro, inizialmente previsto per il 2016, e che sta dimostrando in modo inclemente l’altissimo livello tecnico raggiunto. Anche Alvaro Bautista, sull’altra RS-GP, ha raccolto solo 11 punti in 8 gare. Troppo poco per uno che è alla sua sesta stagione consecutiva in MotoGP. E che l’anno scorso, con lo stesso team Gresini, era stato capace di salire anche sul podio di Le Mans.

Non è tutta colpa di Macho, insomma. Ma è anche vero che Melandri poteva sicuramente fare qualcosa di più. Invece, un atteggiamento spesso arrendevole e la convinzione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato lo hanno portato in un vicolo cieco. Lui – non lo ha mai nascosto – voleva rimanere in Superbike. Da una parte, considerava la MotoGP un capitolo ormai chiuso da 5 anni.


Dall’altra, era convinto di potersi giocare il titolo, con Rea e compagni. In effetti, nella seconda parte della scorsa stagione aveva dimostrato di andare forte ed esserci per davvero. Sulla RSV4, meno di un mese fa, Max Biaggi ha sfiorato per due volte il podio di Misano. E non correva da tre anni. Chissà se a convincere Melandri sia stato proprio vedere il Corsaro divertirsi, all’alba dei 44 anni, sulla moto che poteva essere sua. Di certo, l’obiettivo di Macho è tornare là, magari su una Yamaha, fra le derivate di serie. Dove sa di poter riprendere in mano la sua vita, come ha scritto su Twitter subito dopo l’addio alla MotoGP. E dove sente di poter fare ancora la differenza. O almeno provarci. Quello che in fondo, in MotoGP non ha mai potuto fare.