FOUGÈRES. Oggi il Tour de France è stato ciclisticamente correct. I capitani delle squadre che contano hanno lasciato scappar via ancora una volta lo spavaldo Daniel Teklehaimanot, che indossa con orgoglio la maglia a pois e puntava a conquistare il punticino in palio. Il corridore eritreo (con opportuna doppia nazionalità svizzera) è passato primo sulla Côte de Canapville, una salitella di quasi due chilometri e una pendenza del 4,9 per cento, a dodici chilometri e mezzo dalla partenza di Livarol, che per i francesi è sinonimo di sidro e Calvados.

Poi, insieme ad altri quattro compagni di fuga, ha continuato per altri 150 chilometri in testa alla corsa, lui che ha l’ultimo dei pettorali, il 219. Con l’africano c’era l’enfant du pays, il francese Anthony Delaplace della squadra Bretagne Seché Environnement che conosce benissimo queste strade perché “sono quelle della classica Parigi-Camembert, vallonata e con carreggiate non molto larghe”. Insomma, provincia provincia, che è il fascino nemmeno tanto discreto del Tour de France. Vedute da cartolina, il Mont Saint-Michel sullo sfondo (l’anno prossimo il Tour partirà da qui), sidrerie e mucche pasciute, villaggi perfetti, una giornata magnifica, un vento non ostile. Voglia di andare in fuga, ma dal Tour.

Ciclisticamente corretto è stato lasciare in pace i carneadi che spingono per restare soli al comando, e spartirsi i traguardi volanti. Il primo a cedere è stato Daniel, poi Delaplace e il croato Kristijan Durasek. Infine, alle 17 e 08, quando mancano 11 chilometri e 200 metri al traguardo della bella Fougères tocca ai due superstiti arrendersi: il francese Brice Feillu e lo spagnolo Luis Angel Mate Mardones si lasciano inghiottire da un gruppo insolitamente non cattivo, deciso a rispettare il copione che indica l’arrivo a Fougères destinato ai velocisti. Christian Prudhomme si affida a San Leonardo, a cui hanno dedicato una bella chiesa, e prega che almeno per un giorno non succeda nulla di drammatico. Fougères, città amata da Balzac, con un vasto castello medievale (dicono sia la fortezza più grande meglio conservata d’Europa) tanto magnifico che sembra finto, circondato dal borgo e sormontato da un giardino di una bellezza struggente, lo accontenta. Uno spot meraviglioso. Come vedere il gruppo scorrere senza la maglia gialla, perché il britannico Chris Froome che avrebbe avuto il diritto di indossarla, non l’ha fatto, “per rispetto a Tony Martin”, che l’ha persa per una maledetta caduta. Questione di stile.

Magari a corrente alternata. Vincenzo Nibali ha avuto qualcosa da dire a Froome, per la caduta di Le Havre, Chris gli ha risposto su Twitter, oggi in conferenza stampa ha ribadito che non si sente responsabile di quel che è successo a mille metri dal traguardo e che comprende lo stato d’animo di Nibali, “post-incidente”. E’ dall’inizio di questo Tour che tra i due c’è zizzania, lo Squalo dello Stretto non ha gradito il trappolone di Zelanda che gli hanno preparato la Sky di Froome e la Tinkoff di Alberto Contador. E anche tante altre piccole, costanti punzecchiature durante la corsa, a cominciare dalla marcatura stretta di Froome e dalle tirate di Fromme nel finale della tappa del pavé. Ma la rivalità è il sale del ciclismo, guai se non ci fosse, le corse sarebbero una noia infinita. I grandi campioni pedalano di piede e di lingua, più sono intelligenti più sono perfidi.

Infine, la volata. Ci vogliono nove chilometri a sessanta e persino settanta chilometri all’ora per sdrumare il plotone e sfilacciarlo, con la complicità di curve strette. Gli ultimi settecento metri sono formidabili. André Greipel sguscia a destra, ingaggia con Peter Sagan l’ennesimo duello (i due sono separati da appena due punti nella classifica della maglia verde), schiantano John Degelkomb e Alexander Kristoff, in un furioso testa a testa che li sposta verso le transenne di sinistra. Ma non hanno fatto i conti con l’oste, che è il redivivo Cannonball, al secolo il trentenne Mark Cavendish, orfano di Tony Martin che gli faceva da locomotiva nelle volate. Si vede che senza è più a suo agio. Lo spunto finale di Mark è spietato. Greipel se lo vede sfrecciare come un razzo (non a caso lo chiamano anche Mark Missile). Sagan continua a non piazzare la sua ruota davanti a tutti, Degelkomb e Kristoff paiono folgorati. Cavendish ha compiuto un capolavoro d’agilità: sfrutta la scia Greipel e Sagan, s’infila tra il tedesco e lo slovacco, li dribbla da sinistra a destra, e li infila a velocità doppia. Un lampo, uno stampo. Il fotofinish è impietoso. Cavendish infila la ventiseiesima vittoria al Tour (al Giro sono diciassette), ed anche questo gran ritorno di Cannonball placa il clima avvelenato, relega le polemiche sullo sfondo di un’imperiale flash, la volata bella…

Un altro flash, assai malinconico. Verso le quattro del pomeriggio visto Ivan Basso affiancare una macchina della sua squadra, la Tinkoff, e caricarsi sulla schiena cinque borracce. Come l’ultimo dei gregari, lui che ha vinto due Giri d’Italia (2006 e 2010) ed è salito due volte sul podio del Tour (terzo nel 2004, secondo nel 2005), oltre che essere stato il miglior giovane nel 2001.
Visto anche Georges Grossard detto il canarino di Fougères per via della sua minuscola taglia. Ottimo scalatore, se la batteva quasi alla pari con lo spagnolo Federico Bahamontes (la mitica aquila di Toledo). Antoine Blondin, il più celebre dei cantori del Tour, gli dedicò cento versi. Grossard era popolare, e gli capitò di resistere dieci giorni in testa alla classifica, davanti a Jacques Anquetil: “Col mio metro e 59 ero il più piccolo del gruppo, e non c’era una maglia gialla della mia taglia. Anzi, c’era una sola taglia. Ogni sera trovavo qualcuno che mi faceva l’orlo e l’accorciava, se no mi sarebbe scesa fin sotto le ginocchia”. Grossard ha 79 anni e continua a pedalare: “Settemila chilometri all’anno, peso solo 57 chili e la mia bici è una Bernard Hinault. Io abito a la Chapelle-Janson, sono le campane dei villaggi che mi dettano il ritmo. Le mie strade preferite sono quelle verso la Mayenne o verso Sens-de-Bretagne: comincio sempre col vento sul naso”. Il freno naturale (e odiato) dei corridori.

Pure il fratello di Grossard, Joseph indossò nel 1960 la maglia gialla alla fine della terza tappa vinta a Dieppe da Nino Defilippis. La perse il giorno dopo (gliela sfilò Henry Anglade). Quel Tour fu conquistato da Gastone Nencini. Nella gloriosa storia del Tour, che è un po’ la storia del ciclismo, solo cinque fratelli corri1dori riuscirono a indossare la maglia gialla: I fratelli belgi Lucien e Marcel Buysse. I lussemburghesi Andy e Frank Schleck, i tre leggendari Pélissier (Henry, Francis e Charles), i due Simon (Pascal e Jérome) e i Grossard.

In questa giornata liliale dove il savoir faire è stato il vero vincitore di tappa, nessuno dei 186 corridori in gara ha infranto l’articolo che punisce il comportamento scorretto in pubblico, insomma, nessuna pisciata selvaggia. Strano, nella terra del sidro e del Calvados. A demain. Si arriva al Muro di Bretagna. Dove il Condor delle Ande – ossia l’astuto Nairo Quintana – metterà alla prova Chris Froome, Vincenzo Nibali e Alberto Contador. Si accettano scommesse.