Il camorrista e il giudice nella stessa inchiesta. Facevano affari insieme, sono accusati di diversi reati, la clonazione e commercializzazione di titoli di stato stranieri, aggravati dall’aver agevolato un clan di camorra. Mauro Russo, da una parte, condannato per associazione camorristica, ‘affiliato al clan Belforte’ di Marcianise, in provincia di Caserta, e Franco Angelo Maria De Bernardi, giudice del Tar del Lazio, coinvolto anche in un’altra indagine che portò, nel 2013, al suo arresto. Il suo ufficio di giudice amministrativo era diventato il luogo di incontro dell’organizzazione criminale.

E’ lo scenario inquietante che emerge dall’inchiesta della Procura di Napoli, pm Landolfi e Conzo, condotta dai carabinieri del Noe di Roma, guidati dal colonnello Sergio De Caprio, “Ultimo”, e dal maggiore Pietro Rajola Pescarini.

In questi giorni i militari hanno notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, preludio alla possibile richiesta di rinvio a giudizio. Quello che si evidenzia nelle carte è un’organizzazione criminale che associa, in nome di interessi finanziari, il giudice a soggetti legati al clan, come Mauro Russo, indicato come ex cutoliano, persona molto vicina a Pasquale Scotti, quest’ultimo per decenni latitante e arrestato poche settimane fa. L’inchiesta si è originata dall’indagine a carico di Mauro Russo che ha portato al suo arresto e poi alla condanna definitiva.

In questo nuovo filone gli indagati sono 28. Russo, De Bernardi, insieme a Giuseppe Abbondandolo, Giovanna Senia e Antonio Gallo sono accusati di associazione a delinquere perché “partecipavano – si legge nell’avviso – ad una organizzazione criminale, di carattere transnazionale, costituita al fine di commettere più reati ‘spendendo o mettendo in circolazione monete, banconote provento di reato (macchiate da sistema antirapina) e titoli di stato (stranieri) contraffatti e alterati, denominati silver coin certificate, nonché di commettere più delitti di truffa ai danni di istituti di credito e privati”. Tutto reso possibile immettendo sul mercato i titoli e le banconote, ma anche depositandoli presso istituti bancari stranieri.

Abbondandolo, tra l’altro, è stato segretario regionale del movimento dei 500, lanciato da Roberto Mezzaroma. Per la procura Mauro Russo è il promotore e l’organizzatore con il compito di reperire i capitali provento di reati e poi smistarli ai suoi più diretti collaboratori, alla sua rete, per la successiva immissione in canali finanziari. Al suo fianco c’è Franco Angelo Maria De Bernardi che, secondo l’accusa, ha sfruttato il suo ruolo di giudice amministrativo fornendo appoggi logistici all’organizzazione, che si vedeva presso il suo ufficio al Tar Lazio. Non solo, De Bernardi si attivava anche per reperire anche all’estero canali finanziari idonei al reimpiego dei titoli falsi e contraffatti. Gallo, Abbondandolo, Senia partecipano alla struttura criminale, ma sono anche “autori delle condotte ritorsive violente ai danni di coloro che opponevano resistenza all’operato dell’organizzazione”.

Al giudice viene contestata, così come ad Abbondandolo e Senia, l’aggravante di aver agevolato l’organizzazione camorristica denominata clan ‘Belforte’ al quale è affiliato Mauro Russo. Le cifre, già oggetto di sequestro da parte del Noe e della polizia svizzera, sono consistenti. “Acquistavano – scrivono i pubblici ministeri – ingenti quantitativi di banconote contraffatte di taglio da 1 milione di dollari USD per un ammontare pari a 880 milioni di dollari USD, suddivisa in banconote da 1 dollaro USD opportunamente contraffatte al fine di imitare i titoli di stato del debito pubblico americano denominati ‘Silver coin Certificate’ e così da trarre in inganno la pubblica fede”.

Un’intercettazione chiarisce l’inizio dei rapporti tra il magistrato e il boss. Al telefono il giudice De Bernardi spiega a Russo: “Gli amici dei miei amici sono i miei amici, quindi a questo punto(…)”. E il boss ringrazia e saluta. E’ l’inizio, secondo la Procura, degli affari insieme.

di Luca Tistori