Dal premio della critica a Sanremo al premio Mei, Erica Mou ha attraversato (e continua ad attraversare) tutto l’ampio spettro della scena musicale italiana. Come una funambola delle note, si muove con grazia tra due mondi, riuscendo a non perdere mai l’equilibrio. A settembre esce “Tienimi il posto”, un disco a cui tiene molto: “Rappresenta un periodo della mia vita molto complicato. Per la prima volta ho deciso di produrlo personalmente, insieme ai miei musicisti”.

Dal 2008 a oggi, hai costruito una carriera con un’identità molto precisa. Quanto è stato difficile imporre il tuo modo di fare musica e conciliarlo con le necessità del mercato?
Una delle ricerche costanti nella musica è capire come tenere in equilibrio queste due cose. Non perdere di vista né se stessi né il mondo che ci circonda. Ed è così difficile liberarsi di un certo integralismo (a volte ottuso) senza tradirsi troppo. Io ci provo, a volte scivolo da una parte o dall’altra. Ma continuo a provarci.

Quando hai capito che avresti potuto vivere di musica?
L’ho deciso quando avevo cinque anni! Poi ho capito che stava diventando realtà quando, intorno ai diciassette anni, ho cominciato a incontrare operatori del settore che credevano nella mia musica, che lo facevano per mestiere e non per amicizia o perché erano loziodellacuginadellafigliadelnipotedi…

A settembre esce il tuo nuovo lavoro “Tienimi il posto”. Che disco sarà? Come è nato? Che fase della tua carriera rappresenta?
Lo so che sembra una frase melensa buttata lì, ma ti giuro che mi tremano le mani a rispondere a questa domanda. Perché è la prima volta che me la pongono e perché “Tienimi il posto” è un disco speciale.
Rappresenta un periodo della mia vita molto complicato e soprattutto una grande presa di responsabilità. Per la prima volta ho deciso di produrlo personalmente, insieme ai miei musicisti, dando una mia visione di questi nuovi brani dall’inizio alla fine. Come se ci fosse bisogno di rimettere un punto e ricominciare da capo. Infatti tutto l’album parla di separazione e dentro, con una grande intimità, ho cercato di mettere tutto quello che ho imparato dai precedenti dischi e dai super artisti con cui ho lavorato finora.

Come è nata la collaborazione con Puglia Sounds?
Credo che la prima volta in cui ho collaborato con Puglia Sounds sia stata la realizzazione di una bella compilation sulla musica pugliese uscita in allegato a XL di Repubblica, nel 2010. Da allora ho avuto la fortuna di essere sostenuta da questo ente nella produzione di live, dischi, tour, video, partecipando a vari Festival ed essendo coinvolta nel Medimex. E poi all’interno della struttura ho trovato orecchie di operatori della musica pronte ad ascoltare e a consigliarmi.

È appena nato Apple Music, che si affianca a Spotify. Ci sono sempre più competitori nel settore streaming. Quali sono le tue preferenze?
Non ho ancora usato Apple Music ma sono una grande utilizzatrice di Spotify e Deezer oltre che, ovviamente, di YouTube. Ammetto che con lo streaming sono tornata a riscoprire un sacco di musica nuova, non mi capitava da troppo tempo di avere così tanta curiosità.

Lo streaming è un fenomeno che aiuta o danneggia l’industria discografica?
Nel mare dei danni che sono stati fatti all’industria discografica sinora, lo streaming legale non è sicuramente il peggiore. L’accessibilità alla musica è di certo migliorata. I rendiconti che riceviamo, però, sono ridicoli. Migliaia di riproduzioni non bastano di certo a pagare un affitto, sia chiaro.

Qual è la figura professionale più importante, a parte te ovviamente, quando realizzi un disco?
La cosa fondamentale è la squadra. Produttore esecutivo, artistico, musicisti, fonico, manager, ufficio stampa, grafico… tutti! È il team che deve funzionare. Le eccellenze non guastano mai ma non sono fondamentali. Servono armonia e investimento personale e soprattutto voglia di sedersi a capire il senso delle canzoni. Perché poi, alla fine, sono le canzoni che contano.