Online, i giornali anglosassoni titolano con tutte le maiuscole per catturare l’occhio del lettore fino all’ultima parola. Sono le distorsioni del passaggio dalla carta al digitale. Sul web, la guerra dell’attenzione si gioca sul campo dell’inconscio perché l’interesse delle persone tende a crollare in una frazione di secondo.

I giornalisti sono gli attori sociali che più stanno pagando la frenesia della navigazione moderna. Inseguono, lanciano e abbandonano notizie a velocità siderale. Scavalcati dalla reattività dei social network e dalle nuove tecnologie i giornalisti hanno perso lo scettro dell’informazione.

Nove realtà editoriali hanno di recente accettato di incorporare le proprie notizie all’interno di Facebook anziché sul proprio sito. Questo solo perché in mobilità passare dall’App di Facebook al Browser impiega otto secondi. E la pazienza dei lettori spesso non arriva fino a otto.

Come lettori, siamo sempre più compulsivi. Se ieri (su carta) bucare una notizia voleva dire mancarla di un giorno, oggi (sul web) bucare una notizia può voler dire averla mancata di pochi minuti. E il giornalismo, giocoforza, deve adeguarsi.

” Whoosnap è l’applicazione per smartphone che permette agli utenti di richiedere foto in tempo reale. Una testata può così «disporre di foto reporter a qualsiasi ora e luogo». E pagando qualcosa in più, può acquisire il diritto di esclusiva sulle immagini. Il richiedente specifica la geolocalizzazione dello scatto e stabilisce un’offerta. L’offerta arriva a tutti i potenziali fotografi nelle vicinanze. Chi accetta e soddisfa la richiesta ottiene il compenso. Nella nuova versione dell’applicazione – disponibile a breve per iOS e Android – il pagamento avverrà direttamente in euro. Infine, in pieno stile TripAdvisor, i richiedenti lasciano delle recensioni per dare alla comunità un feedback sulla qualità del lavoro svolto dai fotografi. La start up italiana rileva una percentuale su ogni transazione. Fine, semplice e lineare. ”

whoosnap

Eppure non tutti sembrano aver accolto positivamente la novità.

Su queste pagine è stato di recente pubblicato un articolo che equipara Whoosnap a Uber. Secondo l’autore, entrambe le applicazioni starebbero devastando i rispettivi universi di riferimento, ovvero il fotogiornalismo e il trasporto cittadino a pagamento. Chiariamoci: quella che seguirà non è un’argomentazione contra personam. Ce ne scuserà il Fatto Quotidiano, ma non è una lite tra vicini di casa. Si tratta solo di fornire un altro punto di vista sulla questione.

Nell’era della frammentazione vince la particella atomizzata. Non la macchina, ma il singolo passaggio. Non l’album, ma la singola canzone. Non il giornale, ma la singola notizia. O appunto la singola foto.
Sostenere che la nascita di Whoosnap infici negativamente la qualità del fotogiornalismo significa invertire la consequenzialità degli eventi. Whoosnap non è causa del problema, ma solo una possibile soluzione. L’utente registrato reperisce materiale fotografico di qualità variabile con le risorse economiche a disposizione.

Le persone non si affidano al car sharing perché amano viaggiare insieme. Semplicemente, spesso, non hanno i soldi per comprare o mantenere il mezzo. E in tempi di magra, anche le testate possono ricorrere al qui-ed-ora delle applicazioni in mobilità per ottenere con immediatezza materiale fotografico da spendere online.

Intendiamoci. Il giornalismo digitale è già un coacervo di contenuti visuali recepiti dal basso. La differenza rispetto a Whoosnap? Di solito il “basso” non viene pagato. I contenuti presi dai lettori o dalla rete generano così traffico a costo zero. Inoltre, capita che il dispositivo fotografico di un perfetto sconosciuto arrivi in tempo reale lì dove il fotogiornalista arriverà ore dopo. A questo si aggiunge la crisi pressoché totale dell’informazione nostrana. I freelance sono tali, spesso, perché le redazioni non possono assumere. Anche qui, la frammentazione del servizio non è un capriccio di chi lo eroga. È una questione di sopravvivenza.

Si dirà che su Whoosnap un fotoreporter iscritto all’Ordine dei Giornalisti e un utente qualunque abbiano di default la stessa valenza. Ma il professionista della fotografia non dovrebbe percepirsi in concorrenza con l’amatore armato di smartphone.

La verità è che i bilanci dei giornali inducono a livellare verso il basso la qualità del giornalismo. E questo a prescindere dalle alternative digitali a buon mercato. L’economia condivisa, il crowdfunding e le transazioni frammentate sono solo metodi creativi per bypassare lo spettro della scarsa disponibilità economica. Fingere che non sia così significa perpetuare questa inutile guerra tra poveri.

In conclusione, cari fotoreporter, siete liberi di rifiutare il nuovo e difendere le briciole del vecchio. Un’alternativa è accettare la sfida del digitale e restituire una legittimazione professionale al vostro talento artistico. A voi la scelta.