Ore 17 e 48. Il Tour de France torna vent’anni dopo a Le Havre. Allora vinse Mario Cipollini. Oggi è roulette russa: l’arrivo è preceduto da una salita che potrebbe mettere in difficoltà i velocisti e favorire persino gente come Chris Froome e Vincenzo Nibali. In attesa della volata, la storia del giorno sembra già scritta. C’è stata una escapade (quasi) belle, come dicono i francesi, la fuga più lunga sinora, oltre 160 chilometri: tre uomini allo sbaraglio, uno di loro è il ventiseienne eritreo Daniel Teklehaimanot, il primo corridore professionista africano, che indossa la maglia bianconera (strisce verticali, Juve d’una volta) della squadra sudafricana Mtn-Qhubeka, una multinazionale delle telecomunicazioni presente in 22 Paesi del Continente Nero. Daniel è passato primo sotto i traguardi dei tre gran premi della montagna di quarta categoria presenti sul percorso, nell’ultimo si è dovuto impegnare per superare il belga Kenneth Van Bilsen e il francese Perrig Quemeneur. In quel momento è diventato il re delle salite di questo Tour. Soprattutto, scavalcava nella speciale classifica della montagna il più celebre Purito Rodriguez. Certo, sinora ci sono state solo salitine da un punto. Ma i tre punti di Teklehamainot assumevano un valore fortemente simbolico. Da albo d’oro. Unico rischio: la strumentalizzazione dell’impresa da parte del regime militare-marxista di Issayas Afewerki, al potere dal 1993. E’ infatti il primo corridore d’Africa ad indossare la prestigiosa maglia a pois. Insomma, doveva essere la festa sua, oggi. Ma il destino dei ciclisti è baro. Tende sempre un agguato, quando meno te l’aspetti.

Stavolta, il fato oscuro è appostato in Rue d’Ingouville, quando mancano gli ultimi mille metri della sesta tappa cominciata ad Abbeville 190 chilometri e mezzo prima. L’ultimo dei fuggitivi, Van Bilsen, si è arreso a tre chilometri dall’arrivo. In testa al plotone tirano come dannati gli uomini della Bmc, quelli della Giant-Alpecin e della Lotto. I velocisti temono d’essere giocati dai finisseurs del gruppo. Ci sono 500 metri di salita al 7 per cento. Si scatena la bagarre. I velocisti lanciano un lungo e caotico sprint. Prima di arrivare in cima alla Cote d’Ingouville e curvare a destra in rue Georges Lafourie dove la strada spiana sino al traguardo, il francese Bryan Coquard che sta sulla sinistra, a filo delle transenne, scarta improvvisamente. Un istantre. Va in scena il dramma.

Coquard non solo taglia la traiettoria alla maglia gialla Tony Martin che gli sta dietro, ma lo urta con la ruota posteriore. D’istinto, e con cattiveria – le volate non sono esercizi per deboli di spirito – Martin rifila una vigorosa spallata al corridore della Giant-Alpecin che gli sta a fianco. Il francese Warren Barguil va a sbattere addosso a Vincenzo Nibali che stava rimontando, controlato da Chris Froome, mentre alla destra del siciliano c’ e Nairo Quintana. Nibali si ritrova gambe all’aria, rovina a terra, Barguil gli cade sopra la spalla e la gamba sinistra. Froome riesce a sgusciar via. Quintana ruzzola, trascina nel groviglio un altro corridore. Tony Martin, schiena alle transenne, si regge con la mano la clavicola sinistra. Smoccola. Dolore e rabbia. Gli uomini della Etixx-Quick Step, la sua squadra, si bloccano. Più avanti, è l’anarchia. I velocisti hanno frenato. Non il ceco Zdenek Stybar, tre volte campione del mondo di ciclocross, che vince senza trovare opposizione. Lo stesso André Greipel, domatore di due volate all’ultimo sangue, ha ammesso che lui e i suoi compagni hanno fatto “confusione, un gran pasticcio, abbiamo perso posizioni…”.

Ne sa qualcosa l’acciaccato Nibali che si è ritrovato travolto da una sbandata collettiva che poteva costargli assai cara. Si rimette in sella. Arriva novantaduesimo, si alza spesso sui pedali, vuol mostrare agli avversari (e a casa) che la caduta non ha lasciato strascichi preoccupanti. E’ arrabbiato. In questi primi sei giorni gliene sono capitate di tutti i colori, a cominciare dal vento di Zelanda e dal trappolone di Froome e Contador. Tony Martin arriva un paio di minuti dopo, platealmente trascinato da tre compagni: a destra lo abbraccia il campione del mondo Michal Kwiatowski, a sinistra Matteo Trentin (i due sono molto amici) e Julien Vermote. Sono i tre moschettieri della bicicletta che sorreggono D’Artagnan ferito ma non ancora messo fuori combattimento. La folla applaude la maglia gialla che non s’arrende. Sicuro che domani tutti i giornali del mondo pubblicheranno la foto dei quattro che pedalano con la lentezza e la fierezza delle parate.

Christian Prudhomme, direttore del Tour, è nel panico. Sa che verrà travolto dalle polemiche. Sacrosante: troppe cadute in appena sei tappe. Troppa imperizia: molti degli incidenti sono provocati da corridori inesperti, incoscienti o distratti. Vincenzo Nibali è palesemente stravolto. Ma è anche giustamente furioso: “Tutte le squadre vanno all’assalto, vogliono stare davanti per giocarsi la volata finale, e questo genera rischi inutili. Non ho capito il motivo di questa sbandata, a botta calda posso dire di stare bene, anche se sento dolore alla spalla e alla coscia, è inesplicabile quel che è successo, so solo che Barguil mi è venuto addosso e mi è passato sulla spalla”.

Barguil non si sente colpevole, “mi dispiace per Vincenzo, ma sono stato travolto da Martin”. Il quale potrebbe domani abbandonare: “Spero di continuare, ci tengo alla maglia gialla. Vedremo come passerò la nottata e quel che mi consiglierà il medico”, dice il tedesco appena terminate le premiazioni, “Ho avuto sfortuna. C’est le Tour. Una volta hai fortuna. Un’altra no. Bryan ha scartato. Ho cercato di evitarlo. Si andava molto veloci e quando si corre così forte è facile arrotarsi”. La sua spallata è stata però esagerata. L’adrenalina gioca brutti scherzi. Il che non cancella la scorrettezza di Coquard che gli costa l’addio alla Grande Boucle. Dopo la visita all’ospedale, convoca i giornalisti all’hotel Le Lion d’Or di Pont-l’Évéque e annuncia l’intenzione di abbandonare la corsa. Peccato. Tony è un grande combattente. Il Tour perde un protagonista. A meno che la notte non porti consiglio…e voglia imitare Alberto Contador che al Giro domò il dolore della clavicola lussata e poi vinse la corsa rosa. Ma la spalla di Tony sta peggio, le radiografie avrebbero evidenziato una microfrattura.
La giuria ha classificato l’incidente nell’ambito dell’articolo 2.6.027 del regolamento di gara: “Caduta negli ultimi tre chilometri”, con conseguente neutralizzazione dei tempi. Dieci articoli dopo c’è il famigerato 12.1.040.29 “comportament incorrect en public (uriner)”. Oggi è il turno del passista velocista belga Greg Van Avermaet e del francese Florian Senechal, specializzato in classiche del Nord. Sinora, il 5 per cento del plotone è incappato in questo irresistibile bisogno che richiede immediata soddisfazione (dal vocabolario on line Treccani, alla voce impellenza).

La Normandia genera impellenze d’altro tipo. A Le Havre ho incontrato un simpatico chef. Si chiama Jean Marc Boucher, è professore di cucina al liceo Baptiste. E’ uno dei 2500 “discepoli” francesi del grande Auguste Escoffier, “cuoco dei re, re dei cuochi”, autore di “Ma cuisine” (La mia cucina), bibbia culinaria che lo ha reso un monumento della tradizione gastronomica d’Oltralpe. Boucher fa parte della delegazione Normandie Grand Ouest di cui è presidente Christian Giraud. I due stavano dietro un banco dove si potevano assaggiare le delizie casearie normanne prodotte dalla “fromagerie Eugène Graindorge”, fondata nel 1910. I formaggi d’Appelation d’Origine Protégée di Normandia sono quattro: il Livarot (dove domani parte la settima tappa), che ha origini lontane nei secoli, fin dai tempi dei Normanni. Le Camembert è vecchio quanto la Rivoluzione del 1789, essendo stato prodotto per la prima volta nel 1791 da Marie Harel, una contadina di Camembert. Oggi è il formaggio francese più famoso. Pure l’eccellente Le Pont l’Evêque che la gente di qui chiama anche Angelot, pare sia stato concepito nel XII secolo. Dal XVII è prodotto tra Deauville (i parigini dicono che questa elegante stazione marina sia il loro ventunesimo arrondissement) e Lisieux. Preferisco tuttavia il Neufchâtel, le cui origini risalgono addirittura al sesto secolo. L’attuale forma a cuore è una genialata dei giovani contadini normanni che lo preparano in quel modo per dimostrare ai soldati inglesi la loro riconoscenza durante la Guerra dei Cent’Anni. Non ci sono dubbi: a Le Havre la maglia gialla e pure quella verde.