Italiani, africani, europei, americani per un totale di 27 artisti di diverse generazioni e nazionalità hanno messo “Nero su bianco” il tema dell’integrazione sociale nell’Italia contemporanea, punto di arrivo tanto sognato o semplicemente meta di passaggio di grandi movimenti dall’Africa. Fino al 19 luglio l’American Academy in Rome ospita questa grande collettiva curata da Robert Storr, famoso per la sua direzione della Biennale di Venezia nel 2007, l’artista Lyle Ashton Harris e Peter Benson Miller, direttore artistico dell’Accademia.

Un tema importante e attualissimo snocciolato nelle tante opere esposte – alcune già esistenti, altre pensate e realizzate appositamente per la mostra, come “Mar di Sicilia” del romano Pietro Ruffo – che raccontano, con lo stile di un’inchiesta, i cambiamenti culturali e identitari che derivano dall’integrazione afro-italiana con l’obiettivo di dare vita a un dibattito critico e di incoraggiare la collaborazione e un confronto duraturo tra gli artisti e gli studiosi che conferma la vitalità dell’American Academy nel proporre e approfondire i temi sociali più urgenti.
All’interno di un quadro multidisciplinare che spazia dalla pittura alla scultura, fino ai video e alle più moderne installazioni, il concept della mostra parte dall’eredità dell’Impero coloniale italiano fino all’esperienza dei soldati Afroamericani durante la Seconda Guerra Mondiale e alla crisi attuale legata all’immigrazione e agli stereotipi purtroppo ancora persistenti.

Tra gli artisti italiani, Alessandro Ceresoli, la cui opera è un omaggio al padre soldato a Napoli nel secondo dopoguerra, Francesco Arena con l’installazione “Passi”, Elisabetta Benassi con il video “Capo portiere bonjour” che ricorda i naufragi dei migranti dall’Africa attraverso l’immagine triste quanto comune di un peschereccio abbandonato sulla spiaggia, collegando l’idea del viaggio di migrazione odierno con un testo di Marcus Garvey sul ritorno all’Africa, e lo scrittore Vincenzo Latronico che, insieme ad Armin Linke, presenta “Narciso nelle colonie”, una sorta di viaggio letterario e fotografico compiuto da entrambi nel 2012 in Etiopia. E poi il nigeriano Onyedika Chuke con i suoi calchi di sculture romane modificate, Theo Eshetu dall’Etiopia richiama invece la vicenda della restituzione dell’obelisco di Axum del 2008, Emily Jacir, palestinese, presenta per la prima volta “Stazione”, documentazione inedita del progetto previsto per la Biennale di Venezia del 2009 e mai realizzato. Un’esposizione, dunque, che racconta una multiculturalità certamente difficile da costruire ma possibile – come dimostra l’arte stessa con tutti i suoi colori, le sue forme ed espressioni che ben si integrano pur differenziandosi – e che deve necessariamente passare attraverso le infinite sfumature esistenti tra il Nero e il Bianco.