Oggi voglio raccontarvi una storia. Del resto questo è stato a lungo il mio mestiere, raccontare storie. La storia che voglio raccontarvi oggi è quella di un bambino di tre anni o che, come tanti, coi suoi genitori lascia le coste dell’Africa per arrivare in Italia, carico di aspettative. Fin qui, direte voi, niente di nuovo. Esatto. Infatti la storia che voglio raccontarvi oggi è una storia come tante, almeno fino a un certo punto. Una storia normale.

Lui si chiama Momo Said, lascia la sua città, Casablanca, e il suo paese, il Marocco, e arriva nelle Marche, nel freddissimo inverno del 1985, quello delle grandi nevicate. Le Marche sono un posto tranquillo, dove si vive bene. Il posto che la famiglia di Said sceglie per radicarsi, è il caso di dirlo, è un villaggio di circa tremila anime, Ostra Vetere, a metà strada tra il mare e gli Appennini. Qui il bambino africano arrivato con la neve cresce e incontra la musica. Lo fa nella maniera più normale a un paesino di provincia, in Chiesa, quindi, con la corale della parrocchia, e con la banda cittadina. Dire che Said ha la musica nel sangue farebbe di chi scrive una macchietta da avanspettacolo, buono per riempire ampolle con l’acqua del Po. Di fatto, però, sin da subito Said dimostra un grande talento, e una curiosità verso tutto ciò che è musicale.  Comincia quindi a studiare musica. Studia musica e comincia anche a prendere le misure di questa terra che ora è la sua terra. Si sposta quindi verso Jesi e Senigallia, le due cittadine più vicine, poi verso Ancona e Pesaro, infine azzarda qualche spostamento più lungo, verso Bologna e Milano. Il tutto di nascosto dai genitori, con la più classica delle scuse: “resto a dormire da un amico”.

Nel mentre, sempre seguendo un iter piuttosto consolidato, Momo Said mette su una band con alcuni amici, e si da da fare in sala prove. Iniziano anche le prime esperienze live, disastrose come tutti gli esordi. Ma sarà proprio questo prendere le misure con la sua nuova terra e il gusto di esibirsi dal vivo a spingerlo di lì a breve verso un’esperienza che, a suo modo, contribuirà a fare della storia di Momo Said una storia significativa. Il nostro, infatti, decide di andare a fare il busker in giro per la nazione. Esattamente come i griot africani si mette in marcia e va raccontando storie, le sue storie.

Poi arriva anche il suo esordio discografico, Spirit, nel 2013, i primi concerti, le prime recensioni. Sembra che Momo Said debba andare a Sanremo, tra i giovani, ma il tutto finisce in un niente di fatto. Momo Said torna a studiare le sue canzoni, a scrivere le sue storie. C’è anche un tour marocchino, perché Said vuole conoscere la sua terra, e farsi conoscere dalla sua terra.Pochi giorni fa è uscito il primo singolo di Momo Said, ‘My woman’, di cui trovate qui il video in anteprima. Un brano che molto deve alle sonorità dance-hall che arrivano dalla Giamaica e più in generale dai Caraibi. Niente Africa, quindi. E niente Italia. O almeno questo si potrebbe pensare. Ma sarebbe un errore. Perché la musica, questo ci dice la storia normale di Momo Said, non è ascrivibile nei labili confini di una nazione, né in quelli di un continente.

Per decenni gli europei e più in generale gli occidentali sono andati in giro per il cosiddetto terzo e quarto mondo cercando suoni, musiche, canzoni. Senza star qui a fare tanta cronaca, basti pensare al lavoro di David Byrne, di Peter Gabriel o di Paul Simon, tanto per citare tre giganti del pop-rock che hanno a lungo flirtato con la world music. Anzi, che a loro modo hanno contribuito a dare un nome alla world music e a farla diventare popolare, mainstream.

Si partiva e si andava prevalentemente nel sud del mondo, per strada. Si cercavano artisti con cui collaborare, musiche a noi sconosciute. Si inserivano quei suoni nei brani occidentali. Si cominciava una commistione che avrebbe contribuito, in musica, alla creazione di quello che all’epoca si chiamava Villaggio Globale. La globalizzazione, appunto. Il mondo che si faceva sempre più piccolo. Poi, complici le ex colonie, alcuni paesi hanno cominciato a produrre artisti le cui origini erano altrove. Commistione ancora più globalizzata. In Italia la cosa non è si è verificata quasi mai. Ancora oggi, per dire, sentire Malika Ayane presentata con qualche accento sbagliato mette in imbarazzo. Momo Said, però, è uno dei tanti germogli che stanno spuntando anche nella nostra nazione.

Italiano. Africano. Con il cuore nei Caraibi, così come nelle strade di mezza Italia. ‘My woman’ è un brano dal sapore estivo. Lo potete sentire e vedere qui sotto, nel video, presentato dal cantautore e dalla sua band, gli Shockolates. Un brano maturo, con un suono giustamente internazionale. Dentro ci sono le dance-hall, ma l’idea che tutto sia partito dall’Africa, passando per una chiesa e una banda e per le canzoni cantate da un busker rendono il tutto molto più accattivante. Una storia da raccontare.

Momo Said ha fatto di Ostra Vetere, villaggio marchigiano non troppo diverso da quello cantato da Leopardi, un villaggio globale, carico di suoni, di storie, di musiche. Senza confini, perché quelli possono fermare le persone e le cose, non certo le note.