L’Italia non è un paese per piani. E il piano per lo sviluppo dell’ultrabroadband si è complicato nelle ultime settimane. La Commissione Europea vuole vederci chiaro. Ancora prima della notifica formale a Bruxelles sono iniziate le richieste di chiarimento. I punti dolenti riguardano il meccanismo di incentivi all’ultrabroadband nelle “zone nere”, quelle in cui maggiormente si è sviluppata la concorrenza (tra queste le 15 città principali). Anche in queste aree sarebbe possibile l’intervento pubblico, ma l’Italia dovrà dimostrare che lì è assente una iniziativa dei privati, che esiste un interesse pubblico allo sviluppo di una grande capacità di banda e che c’è domanda di servizi.

Secondo l’Antitrust italiana, per non distorcere la concorrenza dovrebbero partecipare solo gli operatori non verticalmente integrati (come Metroweb che possiede solo la rete). Dalla Commissione europea trapelano perplessità sia sulla limitazione della partecipazione alle gare, sia sulle preferenze per le tecnologie solo fibra (Fttb/Ftth). Gli operatori tradizionali, soprattutto Telecom e Fastweb, non l’hanno presa bene. Il piano rischia di assestare un duro colpo ai loro interessi.  Le vicende di queste settimane, dal cambio del vertice della Cassa Depositi e Prestiti all’arrivo della Vivendi di Vincent Bolloré come primo azionista di Telecom, potrebbero cambiare l’atteggiamento del governo che finora si è limitato a preparare un progetto per realizzare le nuove infrastrutture in modo alternativo a Telecom. Ci sono in ballo quasi sei miliardi di euro, in buona parte di provenienza europea, e i soldi fanno gola a tutti. Una parte di queste risorse sono fondi regionali su cui deve pronunciarsi anche la Conferenza Stato-Regioni. E il governo ha rinviato a dopo l’estate l’annunciato decreto in materia.

L’ultimo rapporto Akamai per il primo trimestre 2015 ci pone al 52° posto nel mondo e nelle ultime posizioni della classifica europea per la capacità delle nostre reti di telecomunicazioni (in media 6 mega). L’Italia resta arretrata nei tassi di adozione dell’high broadband (poco al di sopra del 10%) e di alfabetizzazione digitale (siamo ultimi tra i 28 Paesi europei nell’uso di Internet). In questa situazione è utopistico l’obiettivo di una estensione delle reti in fibra ottica per portare entro il 2020 oltre 100 mega di banda almeno a una parte della popolazione.  Per il momento è stata affidata ad Infratel una consultazione per acquisire le ulteriori dichiarazioni di interesse degli operatori per identificare le aree bianche, dove non vuole andare nessuno, grigie, dove ha interesse un solo operatore, e nere, dove sono presenti più operatori. A queste aree corrisponderanno sostegni pubblici, dal credito di imposta, al voucher per la domanda, al finanziamento a fondo perduto, e obiettivi tecnologici diversi (nelle aree a minore concorrenza la fibra fino alle centraline, nelle altre aree fino all’edificio o fino all’abitazione dell’utente).

Ma perché non si è iniziato ad attuare il piano banda larga per le aree bianche, dove non c’è concorrenza, che peraltro coincidono con la maggior parte dei comuni italiani? Bruxelles per queste certamente non farebbe storie e già si sono sperimentati interventi di sostegno da parte delle Regioni con gare per lo sviluppo del broadband, vinte quasi tutte da Telecom.  Resta sullo sfondo la vicenda Metroweb intorno alla quale ruota il piano. La società privata, a cui partecipa Cassa Depositi e Prestiti, è l’unica in Italia ad occuparsi prioritariamente delle reti in fibra ottica e della loro estensione agli utenti finali. Con considerevoli costi di cablaggio e difficili ritorni di mercato. Soprattutto in Italia dove la domanda di servizi digitali è scarsa. Attualmente il differenziale dei ricavi mensili per utente tra Adsl (larga banda) e Fttc (banda ultralarga) a 30 Mbit/s si aggira intorno ai 5-7 euro al mese (offerte Telecom, Fastweb e Vodafone). Quale sarà dunque la disponibilità degli utenti a pagare di più per avere 100Mbit/s? Alcuni sostengono che potrebbe essere al massimo di 5 euro in più al mese. Se fosse così sarebbero troppo pochi, a meno di interventi esterni, per gli investimenti necessari per passare dalla fibra in cabina a quella fino all’utente. A questo punto si potrebbe inserire nuovamente l’azione di Telecom, in passato rivolta a occupare la maggioranza di Metroweb, e il piano ultra broadband del governo, che promette incentivi nelle aree nere. Ma lì l’arbitro è Bruxelles.

Per essere approvati, gli incentivi dovrebbero riguardare il cablaggio ottico fino alle case, giustificati da un salto di qualità infrastrutturale, mentre quelli alla domanda potrebbero essere erogabili soltanto al caso dei 100 Mbit/s ottenuti con la fibra fino all’utente. Benefici che potrebbero però essere concessi oltre che per una nuova infrastruttura anche se venisse garantita la neutralità tecnologica nelle possibili evoluzioni basate su tecniche di maggiore compressione del segnale.

Da Il Fatto Quotidiano del 1° luglio 2015