Roma è una città nella quale, seguendo il trend regionale, l’incompiuto è frequente. Anche troppo stando ai dati più recenti dell’Anagrafe nazionale. Case popolari, interventi di risanamento idrogeologico, scuole, Piani di zona, senza contare le Vele di Calatrava e la Nuvola di Fuksas. La possibilità che il già nutrito numero di casi comprenda anche la Metro C esiste. Forse non può essere altrimenti, considerando le tante perplessità che da tempo sono state avanzate sul progetto. Non soltanto dalle “solite” associazioni ambientaliste, con la fissazione del Paesaggio, a detta di molti. Ma anche da parte di addetti ai lavori, nei diversi settori di competenza che un tale progetto contempla. Sulla soggettività delle interpretazioni, sulla lettura distorta dei dati, tante volte hanno puntato i sostenitori più strenui dell’operazione, per disinnescare critiche e dubbi.

La relazione conclusiva, approvata dall’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone alcuni giorni fa, ha il merito di fare chiarezza. Di fare piazza pulita di elementi incerti. La decisione di trasmetterla alla procura della Corte dei Conti un segnale. Un ulteriore scossone alla politica romana. Già perché nelle 44 cartelle della relazione ci sono cifre, pareri e documenti. Sono confrontate le previsioni e lo stato dei lavori. Costi ipotizzati e costi reali. Tra le questioni trova spazio, e non potrebbe essere diversamente, l’“Archeologia”. Autentica convitata di pietra di ogni controversia. La colpevole di ritardi nei tempi e di aumenti nei costi. Così inoltrarsi nella lettura del paragrafo che si occupa del tema non è pedanteria. Aiuta a capire qualcosa in più. Finalmente ad orientarsi.

“Come si evince dall’esame delle cause delle varianti e delle riserve avanzate dal Contraente generale, la questione archeologica ha assunto particolare rilevanza. Con nota del 18.12.2001, la Soprintendenza archeologica di Roma ha espresso il proprio parere nell’ambito della conferenza dei servizi per l’approvazione del progetto definitivo delle tratte T4 e T5. La Soprintendenza ha ritenuto di poter rilasciare il nulla-osta, con prescrizioni, solo per le stazioni Pigneto, Malatesta, Teano e i pozzi di via Trinchieri, di via Portici e di piazza dei Condottieri; relativamente all’ampliamento della stazione S. Giovanni e alle stazioni Lodi, Piazza delle Gardenie, Piazza dei Mirti, Centocelle e Alessandrino il parere è stato sospeso in quanto sarebbe stato ‘espresso solo dopo aver effettuato lo scavo completo delle aree e aver accertato l’eventuale esistenza e lo stato di conservazione delle strutture antiche’, con oneri a carico di Roma Metropolitane. La Soprintendenza ha altresì evidenziato la necessità, al fine di una corretta programmazione dei lavori e della relativa valutazione dei costi da inserire nel capitolato, di tener conto che ‘gli scavi  a cielo aperto previsti dal progetto inevitabilmente produrranno cantieri archeologici molto estesi, con campagne di scavo dagli esiti incerti, con possibili rallentamenti dei lavori che non escludono necessità di variazioni in corso d’opera, o rigetto di alcune scelte progettuali’”.

Sempre con riferimento alle tratte T4 e T5 la Soprintendenza ha nuovamente precisato… “che il nulla osta definitivo sui progetti poteva essere rilasciato solo a valle di uno scavo archeologico integrale di tutte le stazioni e i pozzi previsti dal progetto. Relativamente al progetto preliminare delle tratte T1, T2, T3, T6 e C1, la Soprintendenza per i beni archeologici di Roma… ha espresso il proprio parere contrario “in quanto non è stata messa in condizione di valutare la situazione archeologica del sottosuolo che sarà interessato dalla Metropolitana”, non esistendo, “nessuna verifica di fattibilità archeologica del tracciato”. Ha, infatti, evidenziato come per le tratte in questione fossero state effettuate solo ricerche d’archivio e alcuni carotaggi geognostici… (saggi di scavo erano stati realizzati solo per la tratta T3 in corrispondenza delle stazioni Amba Aradam  e Colosseo)”.

Insomma da quel che si legge sembra chiaro quanto le indicazioni della Soprintendenza archeologica, invece di costituire imprescindibile, costante, premessa al progetto Linea C, siano state adottate in corso d’opera. In molti casi. Peraltro, non sempre. La scelta scriteriata di non realizzare cantieri archeologi preliminari a quelli funzionali alla Linea, un evidente fallimento. L’idea di poter scavare, almeno nell’area centrale, senza che i risultati potessero modificare tracciato e stazioni, una dimostrazione di arroganza. Quasi che le indagini archeologiche, nei casi nei quali si è potuto procedere ad esse in maniera estensiva, costituissero di per sé, una sorta di concessione. Una sorta di obolo da pagare alla stratificazione di Roma. Quel che è certo tra tante incertezze è che, come si legge nella Relazione, “la questione archeologica, allo stato, si pone in modo particolarmente rilevante per le tratte ancora da realizzare nell’area più centrale (T2, T3), ove appare in discussione la stessa realizzabilità delle stazioni e, pertanto, la funzionalità dell’opera”.

In ogni caso quel che rimane ancora in sospeso è il danno che da anni alcuni cantieri della metro arrecano al Paesaggio romano. Con la loro presenza invasiva, che ha comportato abbattimento anche di alberi ormai storicizzati. Con la distruzione e lo stravolgimento di architetture della città. Prima o poi quei cantieri avranno termine ma nel ripristino successivo delle aree occupate saranno assenti elementi costitutivi del Paesaggio. Un danno quindi irreversibile. Perpetrato con colpevole trascuratezza.

“Roma non si merita progetti fatti senza tenere conto dei luoghi dove vengono sviluppati”, diceva a proposito della Stazione Fori imperiali della Metro, poche settimane fa, Francesco Prosperetti, che da tre mesi dirige la Soprintendenza speciale per il Colosseo, il Museo nazionale romano e l’area archeologica di Roma. Il problema sembra essere proprio quello. Aver pensato e progettato una linea della metro che “potrebbe essere ovunque, in periferia, in un’altra città, ma non nel cuore archeologico di Roma”.