Siccome le stagioni non sono affatto cambiate, a luglio fa caldo, un caldo che i media, anche loro immutabili, arricchiscono di connotati epico-catastrofici. Ciononostante va in onda “telefelpa” (riconosciamo a Salvini il merito di una grande re-invenzione: l’uomo sandwich), la narrazione salviniana delle cose. Dopo la tregenda degli immigrati (che è tuttora in corso e va di male in peggio, a meno che non si consideri un progresso l’idea ungherese, altra re-invenzione, di tirare su un muro nel mezzo dell’Europa) da domenica tocca alla tragedia greca.

Ora, di una cosa siamo certi: che con tutta la simpatia per Platone, Aristotele e la Callas, pochi in Italia metterebbero mano al portafoglio per aiutare il bilancio statale di Atene. Al massimo largheggerebbero nelle mance una volta che ci andassero in vacanza. E invece è tutto un nascondersi dietro la Merkel e fare le faccine per dare a intendere che lei è la taccagna mentre noi faremmo volentieri gli splendidi.

Aggiungiamo le proclamazioni di quelle ricette economiche che in sostanza vorrebbero uscire dalla comunanza di moneta con la Germania per attuare contro la medesima la famosa svalutazione competitiva del bel tempo che fu (anni ’70 e ’80) e così sciogliere lo sviluppo dai lacci della austerità. Come se non stessimo faticando ancora oggi per uscire dall’indebitamento che proprio in quegli anni affonda le radici. Come se non fossero stati proprio quelli i due decenni in cui si invertì il processo di restringimento delle diseguaglianze seguito al “miracolo economico”.

Come se il suddetto “miracolo” non avesse preso piede proprio nel ventennio del dopoguerra segnato dagli accordi monetari di Bretton Woods, che garantivano cambi fissi con il dollaro (la lira fu scambiata per anni e anni a 628 contro 1), altro che svalutazioni competitive. Mondo finito e crisi iniziata quando furono proprio gli USA, probabilmente per finanziare la guerra in Vietnam, a riprendersi ad agosto del 1971 la libertà di cambio del tutti contro tutti. E sappiamo quel che ne è seguito per noi.

Il pastone di idee di comodo che tendono ad andare per la maggiore costituisce (in puntuale attuazione della vocazione codista dei media) la dieta fissa servita alle 20.30 da Del Debbio su Rete 4 e da Paragone su La7, con ottimi risultati di ascolto, circa il 6% il primo, attorno al 5% il secondo. Entrambi con un buon indice di fedeltà (cioè: chi ci si imbatte non scappa via, ma tende a restare per tutta la durata del programma). Ovviamente, trattandosi di talk show politici, gli spettatori sono prevalentemente anziani, ma qui terminano le somiglianze delle due platee: quella di Del Debbio molto più femminile rispetto a chi segue Paragone. E col secondo che surclassa il primo se si guarda al livello d’istruzione. Forse per metterla a – dura – prova.