“Io sono passato regolarmente dal metal detector e la borsa nella quale custodivo la pistola l’ho fatta passare dal Fep, lo strumento preposto al controllo degli effetti personali. Ho pensato che se avessero individuato l’arma avrei detto che volevo suicidarmi in Tribunale e avrei spiegato il perché di quella intenzione”. Claudio Giardiello, il 57enne autore della strage del 9 aprile in tribunale a Milano – nella quale sono stati uccisi il giudice Ferdinando Ciampi, l’avvocato Lorenzo Claris Appiani e l’ex socio Giorgio Erba – ai magistrati di Brescia spiega di essere entrato regolarmente a Palazzo di Giustizia a Milano attraverso i varchi controllati dalla sicurezza.

Elementi che confermano la pista investigativa seguita dalla procura secondo cui, nonostante il metal detector avesse regolarmente suonato, Giardiello non è stato fermato. Chi era preposto alla sicurezza, quindi, non avrebbe chiesto, come vuole invece la procedura per i controlli, di estrarre il pc dalla borsa in cui si trovava. E così l’uomo ha potuto schermare l’arma sotto computer portatile.

Ai magistrati bresciani Giardiello ha spiegato di sentirsi “in un tunnel” e di dovere pertanto “fare quella strada. Sapevo quindi bene quello che stavo facendo – ha continuato – anche se mi sentivo in qualche modo costretto a farlo”. Col passare del tempo, ha proseguito, “ho pensato di suicidarmi in Tribunale dove mi avevano distrutto la vita. La mia vita e quella dei miei famigliari. Credevo nella giustizia ma non da quando mi sono successe le cose che si possono vedere nelle carte”. A fare scattare l’idea di togliersi la vita è stata la rinuncia proprio in aula del mandato del suo avvocato, Michele Rocchetti, avvenuta dopo alcuni dissapori.

“Quando si è tolto la toga –  ha dichiarato ai magistrati – allora ho pensato che era il momento giusto di farla finita. Per finire una vita di dolore e di sofferenza, una vita di soprusi, di avidità di persone malvagie. Allora ho preso dalla borsa la pistola ma non so cosa mi è scattato nella testa, in quel momento è stato chiamato un testimone. Dovevano chiamare una delle segretaria e invece il mio avvocato chiama proprio l’avvocato Lorenzo Claris Appiani (una delle tre vittime chiamato a testimoniare, ndr) e io sono impazzito. Sono proprio andato fuori di testa”.