Paolo Conte, Ivano Fossati, Max Pezzali.
Tempo fa mi sono trovato a discutere con una famosa vocal coach milanese, una di quelle che, per intendersi, insegna a cantare ai professionisti che poi riempiono gli stadi, come agli esordienti che passano dai talent (quale sia poi il nesso tra le due categorie, vocal coach a parte, è difficile intuirlo, oggi). Tempo fa mi sono trovato a discutere con una famosa vocal coach e, di punto in bianco, ho citato questi tre nomi. Non a caso. L’argomento della discussione era l’utilizzo della metrica nelle canzoni. E nello specifico, la possibilità, o l’impossibilità, a seconda dei punti di vista, di spostare gli accenti delle parole, di spezzare le sillabe, di piegare la nostra lingua alle necessità delle canzoni. Lei, scientifica, era della ferma idea che nulla si potesse modificare, pena il ribaltarsi in qualche tomba dei padri della nostra lingua, mentre io, complici i tre nomi su citati, ero di idea diversa. Quando ho seraficamente pronunciato i tre nomi, in realtà in semplice ordine alfabetico (o volendo anche di anzianità, dal più vecchio al più giovane), la vocal coach ha sussultato. Si è imporporata nelle gote. E poi ha taciuto. Punto. Set. Partita.

Questa è una falsa partenza.
Un po’ come negli episodi dei Simpson. Si comincia con una situazione, si parte. Poi di colpo arriva la vera e propria trama, e tutto prende un’altra piega. La vera trama è questa. Forse.
Da un po’ di tempo a questa parte, diciamo negli ultimi tre, quattro anni, Max Pezzali ha vissuto un momento di celebrazione e di rivalutazione come raramente si era visto nel panorama italiano. Se prima il suo nome era capace di dividere nettamente la popolazione e gli addetti ai lavori tra chi lo adorava e chi lo considerava una sorta di fenomeno periferico, capace sì di coagulare intorno a sé un popolo, ma assolutamente da trattare con distacco, come si fa, appunto, con chi è adorato dal popolo bue, da un certo punto in poi, vai a capire perché, Max è diventato un modello ispirativo per intere generazioni. Generazioni che comprendono anche nomi impensabili prima. Cioè, un attimo fa il nome di Max veniva considerato quello di un Gigi D’Alessio più simpatico e moderno (non tanto e non solo nei suoni, ma anche nel mood) e poi di colpo Max diventa la matrice da cui, dicono, molti sono derivati.

Per molti, ma questa non è una notizia, intendo i pop-rapper di oggi, quelli su cui sono solito accanirmi e di cui, per evitare di ricevere altre minacce esplicite, di tipico stampo mafioso (so dove abiti, conosco i tuoi figli), eviterò di fare i nomi. Max re del rap. Anche se poi lui, il rap, non l’ha mai fatto. E il suo essere cantore di una certa perifericità, o provincialità, fate voi, diventa appunto il suo punto di forza anche per colleghi e addetti ai lavori. Di colpo in tanti, anche tra quelli che gli fischiavano bonariamente contro (la sua simpatia è palese, difficile che qualcuno gli avesse fischiato con cattiveria contro), diventano suoi fan dichiarati. Siamo tutti suoi figli, suoi fratelli, questo il punto. Andatevi a leggere i nomi di quanti lo hanno omaggiato, nella riedizione di ‘Hanno ucciso l’uomo ragno’, praticamente tutto il rap-pop dei giorni nostri, e nella compilation di Rockit, tutto il mondo indie, lascia a bocca aperta.

E qui mi fermo. La trama non è neanche questa, vi ho ingannato.
Perché la trama è in realtà un’altra, che parte dai tre nomi iniziali e tocca, solo di striscio, questa proclamazione tardiva a Re. Il punto è che Max Pezzali, sappiatelo, è uno dei rari casi di autori italiani che ha saputo creare un proprio linguaggio stilistico. Uno dice, beh, ma i cantautori, in genere, tendono a questo. Vero. Ma ci sono alcuni cantautori che hanno inciso talmente tanto nell’immaginario linguistico da aver fatto scuola (e in questo il riconoscimento di cui sopra è più che giusto, anche se a mio avviso è sbagliata la motivazione che è stata data, più legata ai contenuti che alla forma), da essere diventata esempio formale, paradigma.

E qui arrivano gli altri due nomi. Paolo Conte e Ivano Fossati. Fermi tutti. Non venite a fare i puristi qui, siete fuoriluogo. Stiamo parlando d’altro, andate a cianciare altrove. Paolo Conte ha introdotto, e reso paradigma, l’utilizzo degli accenti all’interno delle parole. Chiaro, un paradigma difficile da emulare, da seguire. Ma l’ha fatto. Ivano Fossati ha proseguito su quella strada, spezzando le parole, giocando sulla sillabazione. Per farlo, come Conte, si è avvalso di un vocabolario forbito, adattandolo a canoni preesistenti, da un punto di vista musicale (di volta in volta il rock, certa canzone d’autore del Sud del mondo, il pop tout-court, che ha aiutato a ridisegnare), fino a diventare a sua volta un modello.

Max Pezzali, che ha usato come canone il pop anni Ottanta, ha fatto la stessa cosa. Ha preso la lingua italiana e l’ha piegata, rimodellata, spostando gli accenti, laddove serviva, giocando con la metrica, con le sillabe, finendo spesso per spostare parole o parti di parole da un lasso al successivo. Inconsapevolmente, o meno, ha usato il flow nello scrivere canzoni pop, cantando invece che rappando. E questo sì significa essere paradigma, fare scuola, diventare modello (come dire: amici che lo celebrate, focalizzatevi anche sullo stile, non solo sul contenuto). Esattamente come Paolo Conte o Ivano Fossati. Poi uno può riconoscersi o meno nella sua poetica, e io, che in provincia ci sono nato e cresciuto, per dire, confesso di aver avuto altri cantori, ma che Max Pezzali abbia innovato la nostra forma canzone, che abbia creato uno stile suo, modello per altri, è un dato di fatto che qualsiasi purista della nostra canzone deve riconoscere.