“Meglio due feriti che un morto”, era il motto di un allenatore di calcio non proprio audace. Applicato al Pd ligure racconta di due pugili che, a forza di azzuffarsi, sono finiti entrambi fuori dal ring. A decretare il ko tecnico del partito, reduce dalla sconfitta alle elezioni regionali, ha dovuto provvedere l’arbitro del match, il vicesegretario nazionale Lorenzo Guerini. Al termine di una tempestosa assemblea notturna, il vice di Matteo Renzi arrivato a Genova da Roma per tentare l’estrema mediazione fra le parti in conflitto, ha preso atto che non esistevano margini per concordare il nome del successore (provvisorio) di Giovanni Lunardon, il segretario regionale presentatosi dimissionario all’assemblea. Non gli è rimasto quindi che annunciare, per il momento in modo informale, il commissariamento del partito.

Giovedì 9 luglio la segreteria nazionale indicherà il nome di chi dovrà guidare il Pd della Liguria fino alle elezioni. In pole Alessandro Alfieri, varesino, 43 anni, una laurea alla Bocconi, segretario regionale in Lombardia. Circolano anche i nomi di due deputate, Valentina Paris, responsabile per gli Enti locali, e Anna Rossomando, che ha avuto l’incarico di commissariare il quarto municipio della Capitale. “Qualunque decisione non avrà carattere sanzionatorio né punitivo” ha cercato di rassicurare Guerini.

L’ultima parola spetterà allo stesso Matteo Renzi. Il segretario si era tenuto in disparte durante la tormentata campagna elettorale che aveva contrapposto alle primarie Raffaella Paita a Sergio Cofferati che, sconfitto alle urne, era fuoriuscito dal Pd sbattendo la porta. E si era trascinata fra colpi bassi e reciproche accuse scambiate fra i renziani (dei quali Paita era la portabandiera) e dissidenti, riuniti attorno al segretario Lunardon e ad una pattuglia di veterani di estrazione comunista che si erano platealmente dissociati dalla candidata ufficiale del partito. Come è andata a finire, è noto.

Le lacerazioni e gli scontri hanno favorito la vittoria del centrodestra di Giovanni Toti, che domani – 8 luglio – presenterà la sua “squadra” di governo in Regione. Aperta la devastante crisi all’interno del Pd ligure, inutili sono stati tutti i tentativi di mediazione. Fallito il tentativo di accordo su un nome al di sopra delle fazioni che traghettasse il partito alle elezioni del nuovo direttivo regionale. I rapporti si sono ancor più deteriorati e nessuno ha chinato la testa. Autocritiche? A mezza bocca.

Il copione si è ripetuto pari pari nello showdown finale di lunedì sera alla sala Albertazzi del Cap. Lunardon – “le mie dimissioni sono un atto di responsabilità e di amore verso il partito” – ha rimarcato che la candidatura di Paita era maturata troppo presto. “Abbiamo pensato che il Pd potesse essere autosufficiente ed è stato un errore”, ha detto. Così come è stato “sbagliato il ruolo attribuito alle primarie”. A proposito di primarie. La riforma dello statuto annunciata da Renzi le cancellerà per le elezioni degli organi direttivi locali. Servirà tempo e quindi alle urne si andrà, secondo il segretario genovese, Alessandro Terrile, nella primavera 2016.

Paita ha puntato il dito contro i “genovesi” che l’avrebbero abbandonata. Ha difeso le primarie, beccandosi raffiche di fischi dalla sala (Cofferati aveva presentato un esposto in Procura per presunte irregolarità nell’esercizio del voto). E ha puntato il dito contro il sindaco Marco Doria che ha accettato l’aiuto dell’Udc mentre a lei – ha osservato – era stato impedito di contare sui voti dei centristi. In realtà Paita aveva accettato l’appoggio esplicito di esponenti dell’Ncd durante le primarie. Burlando era intervenuto successivamente a bloccare l’insana alleanza con fuoriusciti di Forza Italia e dell’ex Alleanza Nazionale come il sanremese Eugenio Minasso. Il sindaco ha accettato l’appoggio di esponenti dell’Udc che in Regione faceva parte della maggioranza di Claudio Burlando, quegli stessi centristi che si preparano a votare il bilancio a Palazzo Tursi. Proprio l’ex governatore è stato il convitato di pietra dell’assemblea. Non si è fatto vedere e non ha pronunciato una sola parola in pubblico dopo una frettolosa conferenza stampa nel dopo-voto. Ma farà sentire la propria voce. A un Burlando pensionato non crede nessuno.