hacking teamUn titolo tutto straniero per una storia tutta italiana. 400 Gigabyte di materiale – scottante non solo per la calura di questi giorni – sarebbe stato sottratto alla società protagonista negli scenari del cyberspionaggio

Il problema non è la notizia dell’Ok Corral o, più banalmente, dello spietato regolamento di conti tra banditi ideologicamente ortodossi ed ex colleghi che su certe capacità hanno costruito un business colossale.

No, il vero problema, è lo sconquasso per le notizie che ne verranno fuori. Parliamo della recente vicenda dell’arrembaggio ai sistemi informatici di Hacking Team, azienda italiana leader nel supporto tecnologico alle attività di intelligence istituzionale e non. Se il mondo ha sofferto di vertigini con Wikileaks, se il pianeta ha tremato per l’inarrestabile cornucopia di Edward Snowden, se i vari “Datagate” che si sono susseguiti hanno sfondato le scale Richter e Mercalli della stabilità internazionale, questa storia potrebbe riservare sorprese capaci di stupire persino il replicante Roy Batty al punto di fargli rimangiare l’ormai fin troppo ritrito “Ho visto cose che voi umani…”.

Mentre tutti si concentrano a domandarsi come sia stato profanato uno dei più inviolabili templi della security (potendosi dare risposta con un banale “sono cose che capitano”), la mia attenzione si è istintivamente concentrata sui clienti di questo colosso imprenditoriale che – machiavellicamente – hanno sempre ritenuto di giustificare certi mezzi per il perseguimento di determinati fini. Le riflessioni in proposito non mancano davvero. Sul prima e sul dopo.

Cominciamo con la necessità di adoperare certi sistemi per ottenere informazioni (violando ogni garanzia che un normale quadro normativo di un qualunque Paese civile sarebbe in grado di offrire) e sull’inevitabilità di rivolgersi ad un privato per provvedervi. Chi difende i diritti del cittadino – come Human Rights Watch e Reporters Without Borders tra i tanti – ha già avuto occasione di esprimere pareri e perplessità per i discutibili servizi di Hacking Team al soldo di Nazioni e organizzazioni dagli obiettivi non sempre democratici. Chi, come me, ha fatto lo sbirro in contesto digitale si chiede piuttosto perché lo Stato abbia bisogno di un “fornitore esterno” per cose tanto delicate e non pianifichi invece un regime un po’ più autarchico e regolamentato di simili attività.

Ma se il “prima” soggiace alla dura regola dell’irreversibilità, sancita già da Mosca dei Lamberti con il suo memorabile “cosa fatta capo ha”, quel che inquieta è il “dopo”.

I documenti sgraffignati (non in un blitz, vista la mole, ma probabilmente con una lenta azione di vampirismo) cominciano ad affiorare in Rete, aggiungendosi a quelli già divulgati due anni fa. Dopo la diffusione degli incartamenti di macro-spionaggio, c’è il rischio che salti fuori qualcosa di molto più circoscritto.

Si saprà “chi” ha chiesto “cosa” ma soprattutto emergeranno i profili dei soggetti destinatari di intrusioni, delle vittime di cavalli di Troia, dei personaggi nel mirino di indagini giudiziarie e di delicate operazioni di intelligence con inevitabile pregiudizio per le attività in corso.

Si verrà anche a sapere anche quanto sono costati questi “giochini”, incentivando smanettoni e bricconcelli digitali a indirizzare le proprie abilità verso mercati tanto torbidi quanto redditizi.

Sarei curioso di sentire cosa ne pensa il Garante della privacy, e non solo per il presumibile finimondo di rivelazioni che verrà fuori da questo incidente. Mi accontenterei di conoscere la sua opinione sulle tanto celebrate misure minime di sicurezza e magari su quel che dice l’articolo 15 del decreto legislativo 196/2003 (la norma che parla del risarcimento dovuto da chi cagiona danno nel trattamento di dati personali).

Certo di rimanere in attesa, torno a rimuginare sull’episodio e nel frattempo mi appare Emilio Fede in uno dei suoi più classici fuori onda…..

Poi penso ai coraggiosi giornalisti e ai dissidenti che – intercettati dal regime che tentavano di contrastare – sono stati eliminati e non ho più nessuna voglia di sorridere di certe cose.

Twitter: @Umberto_Rapetto