Non c’erano solo greci tra i giovani che affollavano piazza Syntagma dopo l’esito del referendum. Tra le migliaia di occhi che assistevano ai festeggiamenti per il trionfo del ‘no’, c’erano anche quelli di tanti altri giovani, stranieri, che si trovano nel Paese per lavorare, per stage e per dei dottorati, e che ora non sanno cosa sarà del proprio futuro in Grecia.

Tra questi, Giovanni Pallotta (nella foto in basso), 24enne molisano, studente di scienze internazionali diplomatiche a Trieste, che da quattro mesi si trova ad Atene per uno stage in un’azienda di import-export. “Quando sono arrivato ad aprile – racconta – la situazione era tranquilla, ora l’aria che si respira è di attesa. C’è la sensazione che stia per accadere qualcosa, ma non si capisce cosa. Paradossalmente il clima è sereno, non c’è la corsa ai supermercati, non c’è paura, ma la gente comincia a valutare le spese. E anche noi stranieri che non abbiamo il limite al prelievo dei sessanta euro. C’è grande incertezza, ma è come se l’atmosfera fosse troppo tranquilla rispetto alle proporzioni di quanto sta accadendo”.

Giovanni PallottaInsomma, dal giorno del referendum aleggia un clima di grande indeterminatezza, che colpisce tutti, compresi i giovani che per la loro esperienza in terra ellenica si avvalgono di finanziamenti dell’Unione europea e che non hanno notizie sul proseguimento dei loro progetti. “Io sto per andare via – spiega Giovanni –, ma prima che la situazione diventasse complicata ero intenzionato a proseguire la mia avventura qui. Ora, sinceramente, non so che fare: il Paese è bellissimo e la gente magnifica ma le incognite sul futuro sono veramente tante”. E così come lui i suoi colleghi stranieri, che lavorano in altri ambiti lavorativi: “La paura dei ragazzi che rimangono, di tutte le nazionalità, è quella di capire cosa ne sarà dei loro progetti di ricerca, se continueranno a ricevere soldi, se riusciranno a concluderli”.

E se le prospettive sono offuscate, ciò che scarseggia maggiormente è la comunicazione: per il momento non arriva nessuna notizia, a conferma del grande punto interrogativo circa le sorti del Paese. Ma quali possibilità può offrire una nazione nelle condizioni della Grecia a un giovane straniero? “Nel mio settore probabilmente non sarebbe stato impossibile trovare lavoro qui, rispetto ad altri ambiti dove è molto difficile. Prima della proclamazione del referendum, infatti, c’era qualche prospettiva – afferma Giovanni -. Ora è tutto un grande dubbio. Non c’è nessuna certezza, né da un lato, né da un altro, non sappiamo nulla. Chi deve rimanere si fa delle domande, molti pensano di tornare a casa”.

E lasciare il Paese è una possibilità che stanno valutando anche i giovani greci: “Noi stranieri abbiamo una exit strategy, abbiamo la consapevolezza che se qui le cose precipitassero potremmo tornare ognuno a casa propria. Anche l’unica comunicazione che ho ricevuto, dall’università italiana, era rassicurante – spiega Giovanni –, ma anche molti greci stanno pensando di fare le valigie. Tutti parlano più di una lingua e riflettono sul dopo”.

Quello per la Grecia è un vero e proprio interesse: “Ho deciso di venire qui perché ritengo questo Paese un laboratorio politico ed economico, volevo capirne le dinamiche da vicino”. Per questo scendere in piazza l’altra sera “è stato un momento davvero significativo”, racconta Giovanni. “Dopo l’ufficialità dei risultati del referendum c’era un clima di festa. È stata un’esperienza ad alto impatto emotivo, si percepiva quanto le persone fossero coinvolte”.

E se gli occhi del mondo erano puntati sulla Grecia, come è cambiato ora lo sguardo del popolo greco nei confronti degli stranieri nel Paese? “C’è comunque un bel rapporto, non posso dire che il loro approccio sia cambiato, ma in piazza ho sentito dei ragazzi parlare di alcuni loro amici tedeschi che erano stati fermati con toni minacciosi da ragazzi greci. Si sta creando una sorta di competizione tra giovani di Paesi ‘contrapposti’.” Ma quella che si respira è soprattutto grande solidarietà: “Quando parliamo tra noi amici stranieri, quello che ci domandiamo è soprattutto cosa sarebbe successo nei nostri Paesi in una situazione del genere, come ci saremmo schierati e cosa avremmo votato, invece, se fossimo stati greci; ma ci sono troppi fattori in gioco: non siamo riusciti a darci una risposta”.