Dove cominciare? Dalla fine della terza tappa cominciata in clima di sagra ad Anversa, proseguita con la commovente visita di Bernard Hinault a casa di Eddy Merckx in quel di Meensel-Kiezegeem – cinque Tour a testa: la storia del ciclismo – e terminata in cima al terribile Muro di Huy, con la perentoria vittoria del redivivo trentaseienne Purito Rodriguez? O dobbiamo cominciare dal fatale chilometro 107, lungo la piacevole N 921 della provincia di Namur, quando alle 15 e 58 di un luminoso e splendido pomeriggio di Tour lo sventurato William Bonnet della Français des Jeux, gregario di Thibaut Pinot, ha perso il controllo della ruota anteriore perché il tubolare si è afflosciato di colpo e ha causato una colossale caduta a catena nel plotone che volava a quasi cinquanta all’ora?

Bonnet pedalava in cima al plotone più o meno tra la decima e la ventesima posizione, sul lato destro della carreggiata: il gruppo stava per raggiungere i quattro fuggitivi di giornata, in attesa d’affrontare la prima salita, la Cote de Bohissau, un gran premio di quarta categoria. Vincenzo Nibali stava mettendo alla frusta i compagni dell’Astana che sulle dighe olandesi non avevano brillato, aiutato dalla Movistar di Nairo Quintana e dagli uomini della Tinkoff di Alberto Contador. La Sky di Christopher Froome mandava in testa al gruppo Richie Porte, insomma i favoriti del Tour ricominciavano a punzecchiarsi, a cercare di capire chi poteva restare secco sull’ultimo chilometro della tappa, quello che s’impicca al cielo del Muro di Huy, il chilometro più lungo e asfissiante delle grandi classiche.

Improvvisamente Bonnet si è impennato come un surfista e ha innescato la micidiale carambola, coinvolgendo decine di corridori. Compreso Fabian Cancellara, la maglia gialla, che quest’anno aveva già dato, quanto a ossa rotte (due vertebre fratturate durante la E3 Harelbeke). Sembravano birilli impazziti. Alcuni sono andati a sbattere contro un palo di cemento della luce, altri sono rimbalzati sull’asfalto. L’olandese Laurens Ten Dam restava esanime in mezzo alla strada: per fortuna era solo svenuto. Tutto il personale medico del Tour si è diretto sul luogo dell’incidente, la direzione della corsa ordinava pochissimi minuti dopo (alle 16 e 05) la neutralizzazione della tappa, fatto rarissimo nella storia della Grande Boucle. Quattro i precedenti (anzi, cinque, la prima volta fu nel 1960 quando il Tour si fermò a Colombey per salutare il generale Charles de Gaulle): “Abbiamo avuto molta paura, temevamo il peggio – ha detto più tardi Christian Prudhomme, il patron del Tour – c’erano state due cadute piuttosto gravi e ravvicinate, soprattutto non c’era più nessuno che potesse garantire un’adeguata copertura medica per i corridori che erano usciti più o meno indenni”. Ha prevalso saggezza e prudenza (in nomen omen).

Coi capitani delle squadre Prudhomme ha negoziato la ripartenza, annullando il previsto sulla Côte de Bohissau. Forse all’inizio le trattative non sono state così amichevoli come vuol far credere Prudhomme, qualcuno ha protestato platealmente (Tanel Kangert, per esempio)…comunque, mentre quattro corridori abbandonavano il Tour per le ferite riportate nella caduta (Simon Gerrants, Tom Dumoulin, Bonnet e il russo Dmitry Kozontchuk) e tanti altri si leccavano le ferite, la terza tappa ricominciava dal chilometro 109, alle 16 e 23, e di gran lena: il ritmo era sollecitato dagli uomini di Nibali in cerca di rivincita, da Contador e da Quintana. Sulla rampa del Muro di Huy, bagarre all’ultimo sangue. Purito schizzava fuori, Contador accusava il colpo, Nibali restava in seta settima posizione, accanto a Tejay Van Garderen e Quintana. Froome innescava il rapportino più agile e ruotava vorticosamente i pedali cercando di raggiungere lo spagnolo che si voltava un attimo per controllare il vantaggio prima di sollevare le braccia ed esultare come un esordiente.

Il britannico kenyota, grazie all’abbuono, ha conquistato la maglia gialla. Un’inezia lo separa in classifica generale da Tony Martin. Il tedescone, ottimo quarto, è secondo ad un…secondo. Il sornione e bravo Van Garderen made in Usa è terzo, ha preceduto sul traguardo un ritrovato Vincenzo Nibali – settimo – che ha preceduto Simon Yates, Quintana, Bauke Mollema, Alejandro Valverde e Contador. El Pistolero ha pagato pegno: ha buscato negli ultimi duecento metri sette secondi dal nostro siciliano, 24 da Froome. Non è ancora una sentenza, ma è un segnale.

Ho incrociato Nibali appena fuori l’antidoping: “Ormai ogni giorno dobbiamo correre con la massima concentrazione, le cadute sono in agguato quando meno te l’aspetti, purtroppo nel plotone c’è sempre generale disattenzione e si vede che cosa succede”, ha detto commentando l’incidente in cui è rimasto coinvolto Fabian Cancellara. Lo svizzero si è piazzato 188esimo, a quasi dodici minuti. Sofferente, stremato dal dolore, il volto di chi domani forse torna a casa.

Nibali, come sempre, è piuttosto lucido nell’analizzare la corsa e nel sintetizzarla: “Questi strappi così brevi e violenti non sono adatti alle mie caratteristiche, ma credo di aver ben reagito e di aver mostrato le mie attuali condizioni. Devo dire che è stato un buon test. Oggi, di sicuro, abbiamo speso parecchie energie: Sarà difficile da interpretare perché siamo ancora all’inizio e perché le salite vere sono ancora lontane. Però…”. Però sta per arrivare il pavé. Brividi blu. Il Tour lo ritrova alla quarta tappa, da Seraing a Cambrai, sette settori per complessivi tredici chilometri e 300 metri.

Chissà se si ripeterà lo sconquasso dello scorso anno: il 9 luglio del 2014 Froome, il vincitore del Tour 2013, fu costretto ad abbandonare, dopo un paio di rovinose cadute mentre Contador venne staccato da Nibali di oltre due minuti e mezzo. L’anno scorso pioveva, quest’anno ci sarà bel tempo. La classifica, poco ma sicuro, verrà ridisegnata un’altra volta. Lanterne rouge d’eccellenza: Michael Matthews è ultimo, in compagnia del connazionale Adam Hansen, penultimo.

Due australiani che hanno vinto parecchio. I Chevaliers de l’Ordre du malt (da non confondersi coi Cavalieri di Malta) hanno brindato alla loro salute: con birra alla ciliegia, mentre la Confraternita gastronomica de Les Cuveliers de Citeaux et Serranius mi ha proposto un discreto rosso (Le péché du père manant), un Pinot (non Thibaut della Fdj) prodotto sui coteaux de Flémalle, colline dolci e soleggiate: slogan dell’etichetta, “l’abus ne fait pas le moine”, l’abuso non fa il monaco. A guardare la corposa silouhette di Eddy Merckx, con una pancia da gran bevitore – noi la chiamiamo trippa, i francesi brioche, i belgi busacque… – ci consoliamo.