Poche ore dopo il discorso del presidente della Repubblica sul ripristino, almeno per 30 giorni, dello “stato di emergenza” già in vigore dal 2011 al 2014, nella serata di sabato sono stati fermati due gruppi di sospetti terroristi, uno a Bizerte, uno a Djerba. La polizia ha le mani più libere per arrestare. E’ comunque passata liscia, senza attentati né attacchi, una giornata, la diciassettesima del Ramadan, che nei due anni precedenti aveva visto agguati con vittime militari nelle zone montuose del Chambi, verso il confine algerino, le uniche fuori controllo.

Non sono state date spiegazioni su perché lo stato di emergenza sia stato annunciato e decretato proprio in questo momento, 8 giorni dopo la strage sulla spiaggia di Sousse: il presidente Beji Caid Essebs ha solo voluto precisare che si è preso il tempo necessario per consultarsi col capo del governo e col presidente del Parlamento. Contemporaneamente il governo ha annunciato la sostituzione del governatore di Sousse e di tre responsabili di polizia: uno della città, uno di Gaafour, località di origine dell’attentatore Seifeddine Rezgui, e quello di Kairouan dove il giovane studiava. Nei giorni scorsi prima il ministro dell’Interno e lo stesso capo del governo hanno riconosciuto che l’attentatore solitario poteva e doveva essere fermato prima e che ci sono state evidenti mancanze e negligenze nella reazione di polizia.

Nel suo intervento il presidente della Repubblica ha solo indirettamente alluso a queste debolezze, con la frase “se questo si ripetesse, lo Stato affonderebbe”. Frase criticata da vari blogger e in particolare dalla commentatrice Synda Tajine di BusinessNews.com secondo la quale non si dovrebbe sostituire una precisa autocritica e assunzione di responsabilità con una vaga minaccia disfattista.

Spiazzando chi dall’estero pensa che il Paese nordafricano sia in preda a bande armate o all’insicurezza quotidiana, il presidente Beji Essebsi ha sottolineato la necessità di interrompere o almeno di smorzare i conflitti sociali interni, ormai diffusi dopo la caduta della dittatura. “La Tunisia conosce circostanze particolari che impongono misure particolari”, ha detto, e ha continuato parlando di congiuntura economico-sociale difficile, di scioperi e rivendicazioni incessanti, di “inammissibili atti di disobbedienza civile” come i blocchi stradali, o “gli arresti forzati della produzione” nelle imprese pubbliche.

A ciò si aggiungono le necessità di una più efficace lotta al terrorismo, resa difficile non tanto da fattori interni (“non c’è cultura locale di terrorismo”, ha puntualizzato) ma dai ben 500 chilometri di frontiera con la Libia. “Un uomo d’affari straniero che aveva intenzione di avviare qui con un progetto di 557 milioni di euro, capace di creare dai 5 ai 50 mila posti di lavoro, ha rinunciato e si è diretto in un altro Paese. Non è possibile continuare così”.

A chi teme una svolta autoritaria, il Presidente ha risposto che la libertà di espressione e di stampa verranno assolutamente salvaguardate. Come dire che non sarà lo stesso con le lotte sociali o con le aggregazioni sospette di veicolare possibili terroristi. La chiusura di alcune decine di moschee definite “fuori controllo” dovrebbe completarsi entro questa domenica.

Una misura che sta creando comunque varie proteste (pacifiche) locali, oltre alla presa di posizione netta e preoccupata del cosiddetto “sindacato degli imam”. In Parlamento il governo è delle larghe intese, che lasciano fuori solo la sinistra “radicale”. Ma nell’opinione pubblica lo scontento è alto. Da un lato il mondo delle Ong, dei diritti umani, del social forum lamenta l’incapacità di eliminare la corruzione, di praticare la giustizia sociale, di coinvolgere i protagonisti dei conflitti sociali e i giovani.

“Si rischia di riavvicinarsi alla mano dura del vecchio regime”, osserva l’italiana Debora del Pistoia, responsabile Cospe (Cooperazione per lo sviluppo dei Paesi emergenti) per la Tunisia. Dall’altro lato c’è chi come Taarek Chabouni (imprenditore di area centrosinistra e iscritto al partito di governo) lamenta la perdita di coesione interna e di credibilità di quelle che sono forse le due principali istituzioni del paese. “La polizia – dice – che ci mette 35 minuti a fare 500 metri, l’Ugtt il grande sindacato che lascia che i suoi iscritti blocchino esami nelle scuole e prestazioni  negli ospedali”.

In compenso il comparto turistico, pur gravemente colpito, dà qualche segno di vita, con prenotazioni massicce di algerini per il dopo Ramadan. Ma anche dall’Europa l’atterraggio di charter non si è mai interrotto.