Alcuni decenni orsono assistetti a una conferenza in cui si affermava che l’importanza della soggettività nel determinismo degli eventi storici fosse in progressiva diminuzione.

Mi ricordo ancora l’esempio portato, che a dire il vero non so se sia realmente accaduto o sia solo una gustosa panzana, in cui si parlava di Napoleone che avrebbe dovuto ingaggiare la battaglia di Waterloo. Prima della battaglia l’imperatore per galvanizzare l’esercito era solito correre su un cavallo bianco di fronte alle truppe schierate incitandole. Quei giorni però era affetto da un attacco di emorroidi che gli impediva di salire a cavallo. Per timore che i soldati si demoralizzassero e non combattessero non vedendo il loro imperatore, Napoleone decise di rimandare la battaglia. Questa dilazione gli fu fatale in quanto, nel frattempo, gli eserciti nemici, prima divisi, si unirono e ricompattarono.

Ribadisco che non so se questo aneddoto sia vero ma la tesi del conferenziere era che, mentre nei secoli precedenti, la personalità, le convinzioni, le malattie o le credenze dei singoli protagonisti influivano sulle vicende storiche ora, negli anni duemila, vi erano talmente tante interconnessioni, condizionamenti e vincoli da determinare una sostanziale ininfluenza della soggettività di chi governa. Secondo il relatore quindi da quegli anni in poi un governante di un tipo o di un altro avrebbe apportato solo modifiche marginali in un corso storico già tracciato.

In questi anni in effetti è stata forte la sensazione che in vari paesi un leader o un altro, inevitabilmente, avrebbero portato avanti politiche solo marginalmente differenti le une dalle altre.

L’avvento al potere di Tsipras e Varoufakis sta mostrando che la soggettività nella storia è ancora importante. Il soggetto, la persona che esercita il potere, ha nella loro vicenda una forte rilevanza nel determinismo degli eventi. Questi due personaggi hanno ottenuto il 36% dei consensi dei greci promettendo di riuscire a tenere assieme elementi fino a quel momento ritenuti inconciliabili: il rifiuto dell’austerità e la partecipazione alla moneta unica. Ora stanno di nuovo chiedendo agli elettori un mandato personale in cui loro si impegnano, a dispetto di 5 mesi di trattative, a tenere assieme queste due alternative apparentemente inconciliabili.

Occorrerà vedere se il 36% greci che li hanno votati cinque mesi orsono credono ancora in loro e se si aggiungono altri 15% dall’estrema destra o da altri settori. Se infatti i greci prescindessero dai due leader dovrebbero votare per l’austerità e l’euro da una parte o per politiche di spesa e dracma dall’altra. Si tratta di una scelta chiara con pro e contro.

Emerge però un elemento di complessità nel momento in cui intervengono le forti personalità di Tsipras e Varoufakis che affermano di poter conciliare le due scelte e chiedono fondamentalmente un plebiscito su di loro, sulla loro capacità di giocare a poker e sulla possibilità di tener fede alle loro promesse. Molti commentatori sono concordi nel ritenere che se il referendum fosse fra euro e dracma vincerebbe il sì. Se invece il referendum divenisse su Tsipras e Varoufakis prevarrebbero i no.
Vedremo se i greci crederanno ai due leader, alla loro capacità di negoziare e bluffare nel gioco delle relazioni internazionali.

E chissà se fra cento anni qualche storico racconterà che l’euro crollò perché la moglie di Tsipras minacciò di separarsi se lui avesse firmato l’accordo?