Di che cosa parliamo quando parliamo di banche? Ascoltare Mohammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006, incontrato in questi giorni alla Fondazione Cariplo di Milano, è paradossale. La normalità di Yunus, e cioè un banchiere che presta i soldi a chi ne ha bisogno, non ci appartiene quasi più. In un mondo in cui sono i banchieri a prelevare i soldi dai poveri, individui o paesi che siano.

In realtà Muhammad Yunus, alla Grameen Bank, che ha fondato tanti anni fa, non lavora più. Dichiarando la Grameen banca di Stato e facendolo decadere secondo la regola per cui dopo i 60 anni (Yunus ne ha 76) non si può lavorare in una banca statale, il suo governo ha trovato il modo di liberasi di una personalità ingombrante.

Sono 170 milioni (per la maggior parte gruppi di donne) le persone che in tutto il mondo fanno ricorso a questa forma di microcredito (spesso di tratta di cifre attorno ai 40 dollari) per finanziare progetti che li trasformino in imprenditori. Non solo in Bangladeh, ma in varie parti del mondo, Stati Uniti compresi. Dare credito, finanziare progetti, diventandone partner, trasforma gli uomini in creatori di lavoro e non in persone dipendenti che lo cercano. E’ una logica difficile da accettare, ma sta funzionando in tanti luoghi. Il sistema per ora ragiona in tutt’altra maniera, oggi sono le banche a farsi finanziare tra loro e non concedono credito alle persone e alle imprese. Alla richiesta di un giudizio sulla politica del Fondo Monetario Internazionale, risponde che è all’interno di questa logica.

Yunus agisce secondo una filosofia no profit, ma i fondi ai quali si appoggia, finanziano progetti sostenibili e producono un profitto ridotto, ma lo fanno. In una situazione in cui il povertariato è in crescita, questa può essere una proposta. Liberare gli uomini da una condizione di dipendenza dalla povertà è oggi un’azione di pace; è stato giusto assegnargli il Nobel per la pace e non per l’economia. La lotta alla povertà è un’azione di pace, ancora di più se non è fatta attraverso la carità. Yunus, non disprezza il profitto, e tanto meno il denaro, ma sostiene che se fare denaro porta felicità, rendere felici gli altri, porta la superfelicità.