Magali Berardo, fondatrice di Musicalista, è una delle poche donne che si occupano di booking di alto livello nel panorama musicale italiano: ha l’indubbio merito di portare nel nostro paese sonorità e musiche di altissima qualità da ogni parte del mondo. Un impegno quotidiano contro i gusti di massa che ormai è una realtà consolidata e rispettata nell’ambiente, a dispetto dei cliché e dei pregiudizi su giovane età e sesso.

Quanto ha pesato, nel bene e nel male, il fatto di essere donna in un ambiente molto maschile come quello del booking?
In realtà credo che il fatto di essere una donna, come in tutti i lavori, possa comportare qualche problema soprattutto relativamente al privato: devi fare delle rinunce, dei sacrifici. Ma forse per me non è mai stato un problema. La discriminante in questo paese è l’età, non il sesso. Se sei giovane è molto difficile scalfire certi stereotipi. Io ho iniziato a 29 anni, per cui riuscire ad avere credibilità e un certo tipo di interlocutore, che magari fa questo mestiere da trent’anni, è stato l’ostacolo più grande.

Che periodo è per la world music? Che difficoltà ci sono a portarla in Italia?
L’impatto della world music in Italia non è mai stato forte come è stato in Francia, per esempio. Forse anche per ragioni storiche. Io lo imputo anche al passato coloniale della Francia, con sonorità alle quali i francesi erano già abituati.
Vorrei andare un po’ oltre: la definizione di world music, seppur nobile e interessante, credo abbia fatto il suo tempo. Voglio parlare delle musiques actuelles, il concetto introdotto da Jack Lang negli anni Novanta durante il suo mandato da ministro della Cultura in Francia. Nei grandi festival europei convivono sonorità diverse: dal suonatore di ‘ngoni al duo di elettronica. In Italia faccio fatica a trovare esempi di questo tipo.

Come mai non riusciamo ad avere festival dal respiro internazionale?
Mi do diverse spiegazioni e tutte con rammarico. Anche i festival più storici vanno a pescare in una programmazione poco coraggiosa. È paura di scommettere. Aggiungici la burocrazia italiana e la politica. ‎Direi che comunque, gli operatori musicali e le istituzioni dovrebbero farsi un esame di coscienza sul perché non abbiamo un festival dal respiro internazionale.

A proposito di talent, cosa pensi di questo fenomeno?
È musica che viene data in pasto agli utenti e molto spesso sono fenomeni passeggeri. Tendenzialmente guardo pochissima televisione e non credo di aver mai visto un talent in vita mia. Mi è capitato di ascoltare artisti usciti dai talent in radio ma non capisco le loro dinamiche.

Ci fai due o tre nomi da tenere d’occhio tra gli artisti di cui ti occupi?
Io scelgo gli artisti anche per la narrazione che c’è dietro ognuno di loro. Bombino, per esempio, ha una storia di vita importante, che gli ha permesso di raggiungere obiettivi ambiziosi di cui ancora oggi mi stupisco. Terrei sotto controllo lui, visto che farà un disco nuovo il prossimo anno.
Poi Tony Allen, che nei prossimi mesi ci riserverà belle sorprese. Ha 75 anni e continua ad avere una forza e un’energia creativa che ho incontrato poche volte nella mia vita.
E ancora i Mashroù Leila, un gruppo libanese formatosi all’Università Americana di Beirut. Sono cinque ragazzi bellissimi che vanno contro gli stereotipi che abbiamo su certi paesi: confessioni religiose diverse, orientamento sessuale differente, testi impegnati. Cantano di libertà.
Un’artista donna che invito a seguire è Hindi Zara, una cantante franco-marocchina che ha sconvolto gli equilibri della chanson francese degli ultimi anni. Canta in inglese, francese e berbero. Il suo disco Homeland è appena uscito in Italia. Sarà a Milano il 10 settembre, a Roma il 28 ottobre e il 29 ottobre a Bari.