Prima o dopo Stava? Così i cittadini di Tesero, un comune trentino di 2500 anime, misurano il tempo. Lo spartiacque è una data tragica, il 19 luglio 1985, quando i bacini di decantazione della miniera di Prestavel ruppero gli argini scaricando sulla valle 180mila metri cubi di fango. Un’inondazione lunga tre minuti che alle 12,22 ha colto a tavola turisti e paesani, cancellato tre alberghi, 53 abitazioni, 9 capannoni e 8 ponti, lasciando alla Valle la difficile gestione di 268 morti (di cui 71 mai identificati) su una popolazione che oggi conta circa 2500 abitanti. A trent’anni da questa strage dimenticata esce il prossimo 8 luglio, per Round Robin Editrice, la graphic novel L’estate in cui Stava ci venne a cercare di Silvia Pallaver, con la matita di Elia Tomaselli. Entrambi originari di Tesero, entrambi troppo piccoli per essere testimoni diretti di quella ferita.

“Alla fine noi trentenni siamo quelli che ne sappiamo meno. Molti pensano che perché c’eravamo in fondo sappiamo e quindi non c’è bisogno di raccontare. Io avevo tre anni nel 1985 e non ricordo assolutamente nulla”, racconta Silvia Pallaver, che nelle tavole ripercorre proprio la difficoltà di un figlio a conoscere la storia della sua terra dalle parole di un padre che di questa vicenda vive vergogna e rabbia, negandosi al confronto. “Quello della vergogna e del senso di colpa è un sentimento diffuso nelle generazioni più anziane della Valle. Il dispiacere di non essere stati in grado di difendere il proprio territorio e i propri cari dai pericoli. – spiega l’autrice – La mia famiglia non ha subito perdite dirette e forse anche per questo c’è stata più tranquillità a raccontare quanto successo”.

Nei giorni successivi alla frana arrivarono 18mila uomini e mezzi speciali e risuona ancora nelle orecchie di molti il rumore degli elicotteri e l’odore acre del fango che aveva creato uno strato di trenta centimetri sul suolo. Eppure quella miniera non era una fonte di ricchezza per la valle, che viveva e vive di turismo, e quei bacini avevano già attirato l’attenzione del Comune. Dai primi anni ’30 dal Monte Prestavel cominciò l’estrazione di un minerale utile per la lavorazione dell’alluminio: la fluorite. Un sito dove nel tempo si alternarono gli interessi di Montecatini, Montedison, Eni e Prealpi Mineraria. Uno dei sistemi usati per la lavorazione del minerale è la flottazione che prevede l’utilizzo di molta acqua e schiumogeni. Lo scarto viene convogliato in bacini di decantazione per lo stoccaggio. Nel 1961 venne eretto un primo bacino, a distanza di 800 metri dalle prime case del paese, che pochi anni più tardi raggiunse l’altezza di 25 metri, tanto che si rese necessaria la costruzione di un secondo bacino di 34 metri poggiante sul primo, e il cui crollo fu la causa della catastrofe. Il comune di Tesero dieci anni prima del disastro chiese una verifica agli uffici tecnici del distretto minerario della Provincia autonoma di Trento che incaricò la stessa Montedison. Ma già in quell’occasione le relazioni mostravano che la stabilità dei bacini era “al limite” e che era strano che non fosse già crollato tutto.

Per la strage si aprì un processo conclusosi nel 1992, che non vide nessuno finire in carcere, ma che portò alla condanna di dieci imputati per disastro colposo e omicidio colposo plurimo. I cittadini si riunirono in associazione e si costituirono parte civile nel processo. Furono condannati i responsabili della costruzione e gestione del bacino, alcuni responsabili della società, i responsabili del Distretto minerario della provincia di Trento che omisero ogni tipo di controllo sulla miniera, che, poi si accerterà in via giudiziaria, in vent’anni non avevano mai subito seri controlli sulla stabilità. In sede civile furono risarciti 700 cittadini con 132 milioni di euro liquidati da Montedison, Eni Snam, Finimeg e dalla provincia autonoma di Trento. La ricostruzione di Tesero è durata quindici anni, ma quella che rimane sepolta dal fango è la memoria collettiva su questa brutta pagina di storia. Oggi due trentenni ricordano quell’estate in cui “Stava ci venne a cercare” per riannodare i fili della memoria, spingere chi è stato testimone diretto a raccontarsi e restituire ad una generazione una parte delle proprie radici, prima e dopo Stava.