“Scattate fotografie orribili senza saperlo. Vi stanno ingannando”, titolava un anno fa un suo post, scatenando un acceso dibattito tra fotografi professionisti e fanatici di Instagram. Adesso lo scrittore e giornalista Roberto Cotroneo dedica un intero saggio all’evoluzione della fotografia e alla società dei selfies. “Lo sguardo rovesciato” (UTET, pp.161, € 14) non è solo una narrazione molto efficace che mescola memoria personale e insegnamenti dei grandi maestri, ma è anche una lucida analisi sui nuovi significati dell’iperfotografia, in cui un’immagine prende significato in quanto condivisione immediata (sui social) e non come scatto in sé. In un oceano digitale di stenografie infedeli che hanno valore solo in un fugace presente, Cotroneo – parafrasando McLuhan – è come il pesce che si accorge dell’acqua in cui stiamo nuotando. Abbiamo approfondito con lui alcune delle riflessioni proposte nel volume.

Quando scrive che il pensiero moderno nasce con la fotografia mi ricorda Heidegger che parlava di modernità nei termini di “un mondo concepito come immagine”. Stiamo cominciando a pensare il mondo così come lo inquadriamo negli smartphone?
Penso di sì e penso che questo sia talmente inconsapevole da creare degli interrogativi. L’idea che tutto debba essere letto come immagine, che è una trasposizione di una tridimensionalità ad un’immagine prospettica e bidimensionale, non è roba da poco. A quel punto bisogna anche prendere atto che c’è una distorsione della visione, data dal fatto che fotografiamo tutto e dal pensiero che guardare al mondo significhi innanzitutto fotografarlo. Poi c’è un passaggio successivo, cioè fotografarlo dentro un formato molto piccolo, cioè guardare l’immagine dentro qualcosa e non fuori da qualcosa.

La mobile photography rischia di far adeguare anche i professionisti ad un gusto che ama colori saturi e nitidezza?
Ma lo stanno già facendo, vanno anche inconsapevolmente verso la direzione di trasformare la fotografia artistica in commerciale. Abbiamo svenduto ogni forma di arte all’idea che sia tutto vendibile. Non è un ragionamento di un indignados, l’idea di guadagnarsi da vivere con delle opere d’arte è giusto che ci sia. Ma non bisogna sottovalutare il fatto che questo processo è diventato paradossale perché manca una rete di protezione: una società intellettuale.

Potrebbe nascere un nuovo Cartier-Bresson nell’epoca di Instagram?
Non lo posso escludere, ma la vedo sinceramente molto difficile. Bresson era un signore che aveva inventato un genere, ma c’era gente che gli andava dietro. Oggi se cerchi di fare delle cose nuove c’è qualcuno che ti dice che quelle cose non le devi fare. E ti convinci subito, perché il contratto non te lo fanno. Cartier-Bresson ha fondato la Magnum per fare l’agenzia che voleva lui. Oggi chi fonda un’agenzia per fare foto che non hanno dei committenti reali? Nessuno è più libero di sperimentare perché non è sopportabile la sperimentazione dal punto di vista culturale. È sopportabile il collaudo delle stesse cose.

Nel libro si parla di iperfotografia come forma di allontanamento dalla vita ma anche come forma di possesso del mondo. Il selfie in che categoria rientra?
In nessuna delle due. Il selfie è frutto di un narcisismo gigantesco che ha incontrato la tecnologia per espanderlo all’infinito. L’autoscatto era complicato, e ti stufavi facilmente. Adesso puoi farlo con semplicità, quindi perché no? Banalmente l’occasione ha reso l’uomo ladro. C’era gente che moriva dalla voglia di fotografarsi e finalmente è riuscita a farlo. Non è un fenomeno sociale particolare, è semplicemente dettato dal bisogno di guardare se stessi. Il selfie è profondamente legato ai social, senza i quali il selfie non avrebbe senso. E se i social sono la narrazione di se stessi, il selfie è un modo di raccontarsi attraverso i social.

Passeranno di moda i selfie?
Non credo che sia una moda. È qualcosa di più e non è destinata al tramonto, ma ad un’evoluzione tecnologica che ancora non sappiamo. Non c’è possibilità di tornare indietro.