Ci aspettavamo un sussulto di ascolti dei Tg delle 20 sulla spinta della strage sulla spiaggia tunisina e nella moschea sciita in Kuwait (per non dire del referendum sull’euro in Grecia). E invece niente: rispetto agli anni passati sono rimasti invariati, appena sopra i 4 milioni gli spettatori del TG1, non hanno battuto ciglio i 2,6 milioni del TG5 e non si sono smossi da 0,8 milioni quelli del TG7.

Escluso che possa trattarsi di un sintomo di indifferenza, perché gli eventi sono talmente rilevanti da escludere una “spiegazione” così elementare, non resta che prendere in considerazione due ipotesi.

La prima, e più banale, potrebbe essere che le home page delle principali testate nazionali consentono, senza ricorrere alla tv, di tenersi agevolmente al corrente non solo di quel che accade, ma anche delle prime ipotesi sui perché e sulle conseguenze che se ne attendono. Saremmo cioè in presenza di uno slittamento profondo della “notizia in diretta”, avviata a lasciare il posto eminente finora occupato sul televisore di casa e a concentrarsi sulla informazione in mobilità, da quella stagionata delle autoradio a quella più recente del tablet e del cellulare.

Se così fosse, le principali conseguenze si avrebbero sui palinsesti della Rai che, fra tutte le reti in campo, è quella che più costella la programmazione generalista di Tg pronti a raccontarti le ultime notizie. Un assetto da sempre spropositato rispetto a ogni altra tv in Italia e all’estero, ma particolarmente fuori posto in presenza dello slittamento del servizio news sul web. E la stessa formula dell’AllNews, oggi confinato nell’anonimato dei canali a doppia cifra, andrebbe ripensata per aumentarne lo spessore narrativo e fonderla intimamente con le inchieste. Per realizzare, in buona sostanza, quella lettura dell’attualità guidata da conduttori e reporter in carne e ossa che le testate on-line non sono in grado, almeno per ora, di assicurare. E per conferire all’AllNews il “peso” che ne consenta la collocazione fra i primi tasti del telecomando, come pietra di paragone, asseverata dal “Servizio Pubblico”, per tutto il restante mondo dell’informazione “a caldo”.

La seconda ipotesi, più politica e culturale, è che il Paese si sia ormai, più o meno coscientemente, convinto di essere in guerra, al punto di non stupirsi più delle stragi, e che ormai più che le notizie su quel che accade badi alle risposte sul “che fare?”. Risposte che ovviamente nessuno cerca nei notiziari e tutti si attendono dalla politica, che però forse ancora non ce l’ha. Sicché la gente va a tentoni, si divide sui vu’ cumprà, che ormai c’entrano poco con quel che sta accadendo, e non sa se convenga rifugiarsi in Europa o scapparne.

Ce ne sarebbe, altro che crisi dei talk show, di televisione da fare, con questo po’ po’ di domande che incombono! Peccato che a guardare le sere d’estate risultino programmati solo i felpa show di Paragone e Del Debbio, su La7 e Rete4, mentre i palinsesti Rai sembrano deserti come una spiaggia d’inverno.