Ho colto un’interessante analogia tra le parole di ‘Pepe’ Mujica (ne ‘La felicità al potere’) e quelle contenute nell’ultima enciclica di Papa Bergoglio, Laudato si’. L’uno laico, l’altro a capo della Chiesa Romana. Due importanti esperienze di vita, due impostazioni che hanno molti punti di contatto utili soprattutto per chi abbia a che fare con la gestione della res publica nei problematici e complessi Sud del pianeta.

La ‘conversione ecologica‘ di cui parla Bergoglio ci ricorda che le parole dolcissime del Cantico delle creature del frate di Assisi non furono esercizio letterario, ma un inno che coglieva l’indissolubile legame tra gli uomini e la nostra casa comune, che riceviamo come un delicato prestito tra le generazioni. Se Mujica invita a riappropriarsi del tempo esiguo della vita, a scegliere uno stile sobrio per non lasciarsi soffocare da “una civiltà che ci ingoia, che ha bisogno di farci diventare merce” e sosteneva: “non vogliamo un Paese che brilli nelle statistiche, ma un Paese in cui si viva bene realmente”, Bergoglio si spinge oltre, spiegando che “c’è infatti un vero debito ecologico, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni paesi. Le esportazioni di alcune materie prime per soddisfare i mercati del Nord industrializzato hanno prodotto danni locali, come l’inquinamento da mercurio nelle miniere d’oro o da diossido di zolfo in quelle di rame”. “Il riscaldamento causato dall’enorme consumo di alcuni Paesi ricchi ha ripercussioni nei luoghi più poveri della terra, specialmente in Africa, dove l’aumento della temperatura unito alla siccità ha effetti disastrosi sul rendimento delle coltivazioni”.

È stato già osservato che il surriscaldamento globale porterà a un incremento della temperatura terrestre di almeno 3°C e l’aumento delle superfici desertificate avranno impatti sempre maggiori nelle ondate migratorie delle popolazioni colpite, che si sommeranno in misura sempre maggiore a quelle legate alle instabilità politiche che producono i relativi flussi di rifugiati in cerca di salvezza. In entrambi gli autori risuonano le parole “responsabilità”, “sobrietà”, “controllo dei consumi”, “tutela dell’ambiente”.

In entrambi una condanna alla perversa asimmetria tra Nord e Sud del mondo, la quale permette che “il debito estero dei Paesi poveri si sia trasformato in uno strumento di controllo, ma non accade la stessa cosa con il debito ecologico” [Bergoglio]. A me ricorda ancora le parole dell’ex presidente sudamericano: “Se aggrediamo la natura, chi si farà carico di quel continente di borse di plastica che si sta preparando nel Pacifico, già più grande dell’Europa? Chi si prenderà la responsabilità di un simile immondezzaio? È l’umanità a doversene fare carico”.

L’enciclica traccia interessanti linee guida per una “conversione ecologica” della politica, andando dalla progressiva e rapida sostituzione delle risorse energetiche fossili (petrolio, carbone e anche gas) alla cura per la diversità biologica, ricordando, anch’egli, che i Paesi che hanno tratto i maggiori benefici dall’industrializzazione sono anche i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra e di agenti inquinanti. Le cooperative dedite ad attività produttive a forte diversificazione e in grado di autoprodurre l’energia con le fonti rinnovabili possono essere una via ‘locale’ allo sviluppo sostenibile, fatto di responsabilità, senso comunitario, creatività, amore per la terra. Una specifica esortazione viene rivolta alla politica locale, che potrebbe innescare modalità di produzione industriale ad alta efficienza energetica, favorendo pratiche e prodotti meno inquinanti, buona gestione di rifiuti e trasporti pubblici: “Abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi”.

Non solo politici e amministratori, ma ciascuno di noi è interrogato da queste pagine. Siamo singolarmente chiamati, ad esempio, a riconoscere il peso solo apparentemente infinitesimo delle nostre scelte di acquisto. L’Enciclica fa un esplicito riferimento al peso che possono avere i consumatori organizzati nell’orientare le industrie a una produzione sostenibile e responsabile.
È un obbligo, ormai, il cambio di rotta su diversi fronti. Su quello energetico, Jeremy Rifkin sostiene chiaramente che “le energie elitarie dei combustibili fossili […] favorivano economie di scala verticali e la formazione di imprese colossali e centralizzate lungo l’intera catena dell’offerta, gestite da organizzazioni gerarchiche razionalizzate che si facevano concorrenza nei mercati. Al contrario, le energie rinnovabili, […] creano lo spazio per migliaia di imprese distribuite connesse tra loro attraverso relazioni economiche collaborative integrate in reti, che funzionano più come ecosistemi che come mercati”.

Nel frattempo, la Costa Rica è da qualche mese in grado di produrre tutta la propria energia da fonti rinnovabili. E l’Uruguay di Mujica, dopo aver rifiutato investimenti per centrali al carbone, secondo il Kyoto Club, coprirà il 90% del fabbisogno entro il 2016.

D’altronde, come sostiene sempre Rifkin, “abbiamo costruito un’intera civiltà sulla riesumazione dei depositi del Carbonifero”. È ora di costruirne una più evoluta.