Per aver detto no al governatore Mario Oliverio che le aveva offerto un posto di assessore regionale in Calabria, l’ex ministro Maria Carmela Lanzetta è stata duramente attaccata dal suo stesso Partito democratico. L’aver spiegato il suo rifiuto con l’impossibilità di stare in giunta con Nino De Gaetano (denunciato per voto di scambio con la cosca Tegano e arrestato il 26 giugno per peculato e falso nell’inchiesta sui rimborsi della regione) le è costato attacchi dai suoi compagni di partito. Alcuni dei quali, a gennaio, hanno tentato anche di delegittimarla facendo allusioni sul periodo in cui la Lanzetta era sindaco di Monasterace.

Maria Carmela Lanzetta, la bufera che si è abbattuta sulla Regione Calabria lei l’aveva prevista da diversi mesi, facendo notare al governatore Oliverio che la sua giunta era composta interamente da indagati. Proprio la nomina di De Gaetano l’ha spinta a rifiutare un posto in giunta. Si è fatta un’idea sul perché il suo allarme rimase inascoltato?
Premetto che ho conosciuto personalmente Oliverio durante la campagna elettorale per le regionali, perché per le primarie avevo sostenuto Callipo. Sapevo di avere davanti un politico a tutto campo, con grande esperienza e, quindi, ero sicura che avremmo agito bene per la Calabria. Anche perché avevo avuto un assessorato a me congeniale, quello alla Pubblica istruzione e alla Cultura. Poi è successo l’irreparabile. Il perché? ‘Io lo so – diceva Pasolini – ma non ho le prove’.

Io lo so – diceva Pasolini – ma non ho le prove

La politica calabrese, in sostanza, ha fatto quadrato difendendo gli indagati e isolando chi denunciava. Contro di lei ci sono stati tentativi di delegittimazione da parte dei segretari provinciali del Pd. Se lo aspettava dal suo partito? E secondo lei perché è stata isolata?
No, non è questo il Pd che mi aspettavo e che vorrei. Diciamo la verità: la mia è stata una scelta deflagrante ma giusta perché ho posto un problema etico-politico. Ma a chi ritiene che la politica sia un mezzo di potere con il fine del potere, di fronte a queste scelte saltano i nervi, anche perché se qualcuno comincia a rompere il loro giocattolino, il rischio è di vedersi delegittimati di fronte ai cittadini. La Calabria, essendo una regione povera, è politico-dipendente e, quindi, chi si permette di dimostrare che il ‘re è nudo’ si troverà di fronte un muro di violenza verbale inaudita, come nel mio caso, ma non solo. A questo siamo ridotti, purtroppo. Insulti che, comunque, servono anche a dimostrare i bassi livelli raggiunti dal confronto politico.

La Calabria, essendo povera, è politico-dipendente. E chi dimostra che il re è nudo si trova di fronte un muro di violenza verbale

Dopo le polemiche lei ha chiesto di essere sentita dalla Commissione antimafia. Rosy Bindi l’ha quasi messa sul banco degli imputati perché in un’intervista al ‘Corriere della Sera’ disse di non aver mai parlato di ‘ndrangheta in relazione agli attentati.
Ho solo telefonato alla Bindi perché, dopo essermi dimessa da ministro, volevo parlare con lei prima di tornare in Calabria, considerato che l’ho sempre stimata come politica e come “rottamatrice” ante litteram della Dc veneta travolta dagli scandali, essendo stata anche un ottimo ministro della sanità. Non mi ha risposto al telefono e vengo a sapere che sono convocata dall’Antimafia. Sinceramente pensavo che fosse per il “caso De Gaetano”, invece no. Il Movimento 5 Stelle chiede la sua convocazione (dell’assessore De Gaetano, ndr) e, per tutta risposta, la Bindi convoca Oliverio. Da parte della ndrangheta nella mia vita ho avuto questi regali: due sequestri di persona in famiglia, una farmacia rasa al suolo sfiorando il fallimento, colpi di pistola, lettere intimidatorie a me e minacce di morte ad alcuni miei assessori quando ero sindaco. Non lo so perché la Bindi non si sia rivolta alla Procura e di quello che ho detto in Commissione non dico nulla perché secretato. Colgo l’occasione per chiarire e ribadire che le mie considerazioni sul ruolo della Commissione antimafia oggi, a più di 50 anni dalla sua nascita, non riguarda assolutamente e ovviamente le persone che la compongono. Però ho il diritto di esprimere la mia idea al riguardo. Ben venga il confronto ma non le censure, da qualunque parte provengano.

Bindi mi convocò in Antimafia. Non per il caso De Gaetano, ma per contestarmi un’intervista al Corriere

Oggi è facile dire “l’avevo detto”. Ma dopo le sue dimissioni da ministro e il suo rifiuto a Oliverio, le polemiche sono durate diverse settimane. Ha avuto modo di parlarne di nuovo con Renzi?
Quando ho appreso dell’operazione della guardia di finanza sono rimasta molto dispiaciuta e non ho cantato vittoria, perché queste vicende costituiscono una sconfitta per tutti e soprattutto per la Calabria. Se Oliverio avesse fatto scelte più indipendenti, più in linea con il rinnovamento della politica per il bene amministravo della Calabria, che ha avuto una forte attenzione da parte di Renzi, avremmo evitato le dimissioni della Giunta e avviato programmi importanti. Ho parlato varie volte con la segreteria nazionale e ho sempre avuto solidarietà e comprensione.

Oggi Oliverio continua a fare l’attendista. Addirittura definisce ‘meschino’ chi gli fa notare che tutta la sua giunta è sotto inchiesta. Il governatore della Calabria rivendica di essere stato eletto solo sei mesi fa con un largo consenso. Non pensa che anche Oliverio abbia le sue responsabilità?
Purtroppo dopo il caso De Gaetano ho avuto modo di conoscere un altro Oliverio, prigioniero di uno schema vecchio del modo di intendere la politica, quella per cui si crede di poter dettare legge su cosa fare o non fare, forti del consenso popolare. Ma questo consenso c’è stato prima degli scandali; oggi, invece, come la pensano i cittadini? Diciamo che, in questo nuovo contesto politico, aver avuto un forte consenso è condizione necessaria ma non sufficiente, perché appunto, tra quei voti ci sono anche quelli raccolti dagli indagati, ai quali ovviamente auguriamo che possano dimostrare di aver agito all’interno dei regolamenti. Ma, anche se fosse così, rimane la questione etica dell’utilizzo dei fondi, perché non è assolutamente pensabile che i soldi dei calabresi possano essere utilizzati per scopi personali di qualsiasi sorta.

Da Renzi ho avuto attenzione, ma Oliverio è rimasto prigioniero di uno schema vecchio

In Piemonte, per il caso delle presunte firme false raccolte per le liste, Chiamparino ha dichiarato che se la questione non si chiarirà entro un periodo stabilito, la parola sarà di nuovo data agli elettori.
Eppure neanche Chiamparino è indagato. Due modi di intendere la politica all’interno dello stesso partito in due regioni distanti ma legate dal grande flusso emigratorio sud-nord. È ancora ammissibile tutto questo? Possiamo ancora far finta di sorprenderci se i cittadini non vanno più a votare?

Il suo ‘no’ a Oliverio è stato interpretato come un affronto dalla nomenclatura del Pd calabrese. Il vice di Renzi, Guerini disse che la nomina dei tre indagati in giunta era in linea con il codice etico del Pd. Lo stesso Guerini, oggi, chiede un’inversione di rotta. Ha cambiato idea o, oggi, si è accorto che la Lanzetta aveva ragione?
Bisogna chiedere a Guerini con il quale, a scanso di equivoci, ho avuto sempre un buon rapporto.

Oggi nei palazzi della politica calabrese si parla di un semplice rimpasto. Oliverio ha la forza di farlo o andrà avanti con gli indagati Guccione e Ciconte, magari nominando qualche altro assessore?
Oliverio ha promesso una giunta di “alto profilo” al di fuori degli schemi partitici ma, dalla storia della politica, sappiamo bene quante incognite ci siano dentro. In particolare bisogna chiedersi: sapranno rapportarsi con i cittadini? Sapranno andare incontro alle vere esigenze della Società Civile calabrese? Sapranno tenere aperte le porte dei loro assessorati o si chiuderanno dentro il Palazzo forti del loro ‘alto profilo’? Lo sapremo strada facendo.

Affrontare la rimborsopoli calabrese solo con la magistratura è riduttivo, non si va all’origine politica della questione

L’inchiesta sui rimborsi mostra come il Pd sia in balia delle correnti. Il segretario regionale Ernesto Magorno sembra renziano a Roma e dalemiano in Calabria. Ha sempre sostenuto le scelte di Oliverio. E’ arrivato il momento di un commissariamento, secondo lei?
Affrontare la ‘rimborsopoli’ calabrese attenendosi solo ai fatti contestati dalla magistratura (secondo cui l’inchiesta ‘non è un puro fatto mediatico, ma ha alla base riscontri oggettivi e intercettazioni’) è molto riduttivo, in quanto non si va all’origine politica della ‘questione immorale’. Così come sarebbe stato riduttivo e fuorviante affrontare ‘Mafia Capitale’ senza il commissariamento dei circoli romani, là dove infatti è probabile siano racchiusi i ‘segreti’ del perché il Pd romano sia andato alla deriva.