A poche ore dalla chiusura degli sportelli bancari in Grecia, torno a scrivere di Europa ed Euro dopo un lungo e volontario silenzio motivato dal fatto che sul tema è stato già detto tutto e il contrario di tutto.

Ma non lo faccio perché la mia opinione sia così importante: non lo è mai stata, come non lo è quella dei tanti professorini vanitosi e saputi che tuttavia farebbero una gran fatica a distinguere un bancomat dalla tessera del tramvai. Lo faccio solo perché il baccano dei partigiani della distruzione e dell’empietà nazionalistica è diventato davvero troppo fastidioso: pur di dimostrare l’assurdo, pur di segnare un punto nella inutile polemica sull’Euro, arrivano a sperare nel suicidio politico e strategico greco, senza domandarsi nemmeno per un minuto quali sarebbero le reali conseguenze e quanto costerebbero.

E allora dagli con “la Grecia fuori dall’Euro”, dagli con “la Germania non vuole la Grecia fuori dall’Euro, perché tornerebbe a crescere”… dagli con tutti gli assurdi slogan di una comunità di dispensatori di veleno e sciacalli autolesionisti, pronti a cestinare la propria onestà intellettuale per una decina di retweet e una candidatura.

Grecia, Borsa e banche chiuse per sei giorni

Ma andiamo con ordine:

– Perché Grecia ed Eurogruppo non riescono a mettersi d’accordo? Quello che sto per dirvi forse vi sorprenderà: l’accordo c’è ed è pure definito nei dettagli. Ne ha diffuso i particolari la Commissione Europea poche ore dopo la rottura delle trattative. E si tratta di un accordo negoziato a lungo, che ha recepito molte delle istanze del governo Tsipras (in particolare il rinvio degli interventi su pensioni e legislazione lavoristica, il taglio delle spese militari, l’incremento delle tasse sugli utili societari). Probabilmente, anzi sicuramente, non si tratta dell’accordo del secolo: l’Eurogruppo poteva fare di più sulla ristrutturazione del debito (semplicemente insostenibile a questi livelli) e Tsipras poteva evitare di difendere l’indifendibile status quo del sistema pensionistico greco, ma i fatti sono questi. L’accordo c’è.

– Se un accordo c’è, perché Tsipras ha abbandonato le trattative? E qui devo ammettere che sono in difficoltà: a voler essere buoni si potrebbe pensare che Syriza voglia dare la possibilità ai greci di dire la loro su un negoziato che, in ogni caso, comporterà sacrifici notevoli; a voler essere maliziosi si potrebbe immaginare che il premier greco non abbia avuto il coraggio di assumersi la responsabilità di un accordo che, come dicevamo, porta le sue impronte digitali su ogni clausola. Preferisco la via di mezzo: Tsipras è stato lasciato completamente solo specie da quelle forze della sinistra europea che in ogni dove avevano salutato positivamente la sua vittoria alle elezioni; trattare in completo isolamento e per di più dipendendo dai rubinetti della Bce un giorno sì e l’altro pure, avrà fatto capire al leader greco quanto è difficile nella pratica svellere il manto dell’ortodossia di Francoforte e quanto sia caro da pagare il prezzo delle promesse elettorali troppo coraggiose: il referendum rappresenta l’ammissione implicita ma onesta di queste difficoltà.

– Cosa succede se l’accordo non viene confermato dal referendum? Le conseguenze sono francamente imprevedibili: già, perché quello che non scrivono mai gli esperti anti-Euro – che ripeto, non hanno mai visto una banca nemmeno con il cannocchiale o, se per sbaglio l’hanno fatto, fanno finta di non ricordare quello che hanno imparato, pur di andare in Tv a prendere gli applausi – è che nessuno, ma proprio nessuno, ha la minima idea di quello che succederebbe almeno nel breve-medio periodo. Possiamo però provare ad azzardare delle ipotesi sul fronte italiano: il nostro debito pubblico perderebbe almeno in parte i benefici derivanti dalla rete di protezione garantita dal QE, poiché il messaggio al mercato sarebbe che, Euro o non Euro, il Paese può fallire. E un messaggio del genere non può passare inosservato. Non se si ha il buonsenso per capire che lo spread attuale è il risultato di una politica monetaria ultra-espansiva e non dei progressi (ancora di là da venire, checché ne dica Padoan) sul fronte del merito del credito. A pensarci bene, anzi, è proprio per questo che l’ignavia del governo italiano, la sua incapacità di prender posizione, la vigliaccheria con la quale la nostra diplomazia ha voltato le spalle alla Grecia durante le trattative, sono un peccato mortale del quale prima o poi pagheremo il fio.

– A chi conviene l’uscita della Grecia dall’Euro? E qui la risposta è abbastanza semplice. Non conviene a nessuno: non conviene all’Eurogruppo perché dimostrerebbe che l’Unione non ha un futuro federale, non ha un futuro politico, è destinata prima o poi a naufragare sotto il peso degli egoismi nazionali; non conviene alla Bce, perché dimostrerebbe che il QE non è sufficiente a bilanciare la frammentazione delle economie locali e che 14 anni di moneta unica si possono dimenticare semplicemente sbattendo una porta; non conviene al Consiglio Europeo, che darebbe una clamorosa dimostrazione della propria incapacità di risolvere i problemi interni; non conviene alla Grecia a meno che non si creda davvero di poter fare affidamento su Putin per pagare pensioni e stipendi.

Ecco, è proprio così: il Grexit non conviene a nessuno.

Eccezion fatta per chi ha costruito la propria carriera politica, mediatica o giornalistica, sulla speranza che l’Unione si auto-distrugga: per fortuna però, questa gente al referendum di Tsipras non parteciperà.