yarn dep ave.Intuito melodico condensato in miniature pop, dodici brani orecchiabili, psichedelici, che compongono Yarn, secondo album della band romana Departure Ave. “È un disco che ha preso forma in due diverse sessions di scrittura e registrazione – racconta la band – Ci siamo isolati in una casa di campagna, esattamente come avevamo fatto per il disco precedente. La quasi totalità dei pezzi è stata composta in loco, cercando di conservare il più possibile la spontaneità della scrittura e il suono della stanza all’interno della quale abbiamo registrato”. La principale fonte di ispirazione è stato il paesaggio che li circondava: un aspetto centrale dell’estetica del disco, infatti, è il tema della fiaba, sintetizzato anche nell’artwork. “La copertina è un dettaglio di un’opera di Kay Nielsen (illustratore danese, ndr), che sulle fiabe ha lavorato molto, e i bellissimi disegni all’interno sono di Domitilla Argentieri, un’illustratrice che collabora con noi dal primo disco”. L’album va inteso come una raccolta di favole, storie diverse scritte dalla stessa penna e i temi trattati sono vari, legati soprattutto a sentimenti e circostanze personali. Ci sono testi che parlano del corpo, altri di abbandono, un brano racconta come si costruisce una canzone: “Non ci limitiamo a seguire un’unica tematica – ci tengono a sottolineare –. Da questo punto di vista non abbiamo regole o idee portanti. Questo gruppo nasce con l’esigenza di non avere nessuna necessità che non sia quella di suonare insieme. Poi ognuno di noi deve poter leggere nei brani il significato che vuole, che può essere anche diverso da quello pensato da chi ha curato il testo. La libertà di composizione è importante quanto quella di interpretazione”.

Ragazzi, mi parlate di voi, del vostro background artistico e come mai avete deciso di darvi questo nome?
La band si è formata nell’estate di tre anni fa, anche se noi quattro (Lorenzo, Giulio, Andrea e Luigi) ci conoscevamo già da prima, sempre grazie alla musica. Il nostro background è variegato, ognuno di noi ha percorsi diversi, fortunatamente ci siamo incontrati nel tracciato. Volevamo scrivere e registrare un album, non ci siamo fatti molte altre domande, eravamo talmente concentrati che ci siamo messi a pensare al nome solo dopo la fine delle registrazioni del nostro primo disco: All the Sunset in a Cup. Departure Ave. (pronunciato Departure Avenue) ci è andato bene da subito perché a nostro giudizio rispecchiava al meglio l’immaginario della nostra musica.

Avete una vostra filosofia di vita come band? E se sì qual è?
No, in realtà no. Non ci siamo mai dati una missione. Ci siamo formati per comporre e registrare un disco, l’unica “filosofia” coinvolta nel processo è la musica. Fare un gruppo era la conseguenza naturale del fatto che tutti condividevamo uno stesso tipo di sguardo su di essa.

In passato, band e artisti che si sono dedicati al vostro stesso genere musicale, avevano lo scopo di cambiare il mondo: e voi perché scrivete canzoni?
Crediamo che prima di ogni altra cosa ci sia l’urgenza espressiva. Lasciare una minima impronta del proprio passaggio.

Quali sono le vostre ambizioni legate a questo disco?
L’ambizione è il sentimento di chi desidera, aspira a qualche cosa. Nel nostro caso l’ambizione è il disco, arrivare al disco, esprimere qualche cosa attraverso questa particolare forma d’arte. La bellezza del fare musica sta proprio nel fatto che non porta a niente se non ad altra musica: non siamo cantautori, non ci riteniamo portatori di un messaggio diverso da quello sonoro. Anche per questo ci siamo ritrovati a raccontare il disco come se fosse una raccolta di fiabe: storie banali, nelle quali chiunque può trovare tutto.

Viviamo in un periodo storico in cui c’è un panorama musicale vasto, dovuto alla grande visibilità che offre il web e all’autoproduzione, che da una parte danno la possibilità a chi sarebbe altrimenti rimasto nell’ombra di emergere, dall’altra hanno reso inflazionata la figura del musicista indipendente: voi come la vedete?  Inoltre a sentire gli addetti i lavori, sono pochi i locali che permettono di suonare dal vivo…
In realtà di locali ce ne sono moltissimi, forse l’unico difetto è che molti di questi non sono adeguati a fare un vero live. In più la possibilità di guadagnarci dal punto di vista economico è ridotta tanto per le band quanto per i locali. Il fatto che scrivere, produrre e promuovere musica sia più facile e accessibile per tutti è principalmente un aspetto positivo. È vero che l’arte sia stata in parte mortificata dalle nuove tecnologie, ma la responsabilità è più di chi preferisce una cosa comoda a una bella. Il vero problema è saper distinguere fra cosa è di valore e cosa no, e ancora, cosa rappresenta qualcosa di realmente autentico e cosa no.