Chris Squire, bassista e fondatore degli Yes, è morto ieri a Phoenix, all’età di sessantasette anni a causa di una forma leucemica piuttosto rara e aggressiva chiamata Morbo di Guglielmo. Aveva annunciato di essere malato lui stesso, in maggio, comunicando la necessità di fermare la sua attività dal vivo, e nel giro di poche settimane la malattia ha accelerato, fino all’epilogo di ieri.

The Fish, come erano solito chiamarli i tanti componenti degli Yes che nel corso dei decenni si sono succeduti al suo fianco, ha lasciato un segno indelebile nel progressive, sin da quando, nel 1968, ha fondato gli Yes con Jon Anderson. La sua precisione quasi maniacale nel suonare il basso, la sua capacità compositiva degna di un musicista classico e anche un carattere volubile, facile all’ira come alla riservatezza, hanno fatto si che si guardasse a lui, nel tempo, come una leggenda vivente.

Del resto, gli Yes, band inglese sin da subito al centro della scena prog, con grandi successi anche commerciali, hanno visto nel corso dei decenni un gran viavai di componenti, dai già citati al batterista Bill Bruford, cui si deve il soprannome The Fish (sembra legato a una stanza d’hotel allagata durante un tour), da Steve Howe a Rick Wakeman, da Geoff Downes a Alan White, passando per l’attuale voce Jon Davison, Peter Banks e Trevor Horn, poi diventato leggenda del pop mondiale.

Gli Yes a loro modo hanno compiuto un miracolo, nel corso di quasi cinquant’anni di carriera: sono sopravvissuti al punk, alla messa al bando del progressive, ai cambi di lineup, all’arrivo del pop di plastica, all’abiura del virtuosismo, e a tutto quel che è successo in musica a cavallo tra i due millenni, tornando nel tempo a fare la musica che meglio sanno fare, senza apparire copie sbiadite degli Yes che furono. Gran merito di tutto questo è di Squire, che ha tenuto la barra dritta, che ha fatto da catalizzatore di talenti, che non ha mollato anche quando tutto sembrava finito per gli amanti delle lunghe cavalcate e degli assolo. A lui si deve, vuole la leggenda, l’invenzione del basso solista, cioè dello spostamento teorico del basso dalla sezione ritmica a quella melodica.

E sempre a lui si devono una bella lista di album importanti, che meriterebbero di essere ascoltati in vinile, piuttosto che in mp3. Un uomo preciso, maniacale, cocciuto, un combattente che non ha potuto vincere la battaglia lampo contro la malattia che l’ha ucciso. Prima che il suo nome scompaia delle home dei social, per qualche ora, andate a ascoltarvi qualche classico degli Yes, Fragile, Yessong o Tales from Topographic oceans, date un senso a questa morte e rendete omaggio a un grande uomo di musica.