Vietato sbagliare. E’ questa la parola d’ordine di Valentino Rossi per il Gran Premio d’Olanda, e lui lo sa bene. Dopo le quattro vittorie consecutive di Jorge Lorenzo, il suo vantaggio sul maiorchino si è ridotto ad un misero punto. Ma Valentino è ancora al comando della classifica, ed è questo ciò che conta. Adesso però deve rilanciare, difendersi non basta più. Ad Assen, Rossi deve vincere. Chi conosce bene il Dottore sa che può farcela, anche adesso che Lorenzo sembra essere diventato imbattibile. Anzi, soprattutto adesso, perché su questa pista Rossi ha pescato un poker, ed è pronto a giocare una mano che non vuole sbagliare.

IL TT DI ASSEN – Il primo fattore è la pista. Il circuito di Assen è uno dei suoi preferiti. Valentino lo ama da 18 anni, cioè da quando vinse per la prima volta. Era il 28 giugno 1997, lui guidava l’Aprilia RS125 ed era già pronto per il primo titolo mondiale. Che infatti arrivò puntuale a fine stagione. Ad Assen ha vinto 8 volte e per 5 di queste quando vinse in Olanda fu anche campione del mondo. Una sorta di portafortuna. La vittoria più importante, però, probabilmente fu quella del 29 giugno 2013. Non portò al titolo mondiale. Fu molto di più: fu il ritorno del Dottore sul gradino più alto del podio dopo quasi tre anni. Che avvenne – non a caso – su circuito da leggenda, sul quale il Motomondiale corre ininterrottamente dal 1949. Sempre di sabato, almeno fino a quest’anno. Un circuito a volte anche pericoloso, come fu per Mick Doohan, che nel 1992 rischiò di chiudere lì la carriera; nove anni prima, il TT fu teatro del terribile incidente fra Wayne Gardner e Franco Uncini; due anni fa, invece, ad Assen Lorenzo si procurò una frattura scomposta alla clavicola. E perse quei punti che di fatto consegnarono a Marc Marquez il suo primo titolo mondiale in MotoGP. Il Martillo dunque non ama Assen più di tanto. E negli ultimi quattro anni, il suo miglior risultato sul circuito olandese è proprio il quinto posto del 2013.

LA COSTANZA – La seconda carta vincente di Rossi è la costanza sul podio. Dall’esordio in Qatar fino ad oggi, Valentino è sempre salito sul podio. Due vittorie, in Qatar e in Argentina, altrettante volte secondo e tre volte terzo. Una linearità che gli ha permesso di conquistare il vertice della classifica. Al contrario, proprio la costanza nei risultati è stata il tallone d’Achille dei suoi rivali. Lorenzo ha replicato la falsa partenza del 2014 con un altro inizio di stagione piuttosto moscio, nonostante la moto fosse ben più competitiva di quella dello scorso anno. Marquez si è trovato impreparato nel gestire una moto troppo estrema perfino per lui ed è costretto, adesso, a fare un passo indietro. La HRC gli ha fornito una RC213V ibrida, che condivide alcune parti con quella che aveva dominato nelle prime dieci gare della scorsa stagione. A partire dal telaio. La Ducati ha fatto un grandissimo passo avanti con Gigi Dall’Igna, e il lavoro del direttore generale di Ducati Corse è sotto gli occhi di tutti. Ma se si ragiona nell’ottica della classifica generale, la M1 di Rossi e Lorenzo è ancora un riferimento – più che un competitor diretto – per la casa di Borgo Panigale.

LA CONSAPEVOLEZZA – Il terzo asso nella manica di Valentino è la consapevolezza di non poter perdere questa occasione. L’ha manifestata apertamente fin dalla presentazione della M1, lo scorso inverno, prima che si aprissero i giochi. A Madrid, Rossi si paragonò al Real che aveva conquistato da poco la decima Champions league. Non si è mai nascosto. Sa bene che la sua carta d’identità dice 36 anni e che lui era già campione del mondo quando Marc Marquez ne aveva quattro. Sa anche che Lorenzo – che per la cronaca di anni ne ha 28 – quando infila un filotto di vittorie del genere diventa quasi imprendibile. Dunque occorre fermarlo subito. E Rossi può farlo solo migliorando nelle prove libere e andando forte in qualifica, dove lo spagnolo invece è sempre andato meglio. Ad Assen, Valentino ci è riuscito: primo tempo nelle libere uno, terzo nel secondo turno, ancora davanti nel terzo, secondo solo a Marquez nel quarto e pole position in qualifica.

LA MOTO GIUSTA – Infine, c’è la moto giusta al momento giusto. Cioè proprio quando la Honda ha peccato di eccessiva spregiudicatezza nella progettazione della nuova RC213V, e quando la GP15 di Dall’Igna non è ancora al livello della casa di Iwata. Valentino, che in carriera ha sempre contribuito molto nello sviluppo delle moto che ha guidato, si prende parte del merito del risultato ottenuto. Ed è giusto così, questa M1 è davvero fantastica. Il paragone con la Honda è sembrato a tratti imbarazzante. Tanto evidente da costringere la prima casa motociclistica del mondo a tornare sui suoi passi e presentare una versione mitigata della RC213V, definita ibrida perché contaminata – o forse migliorata – con diversi componenti della precedente versione.
Con la ibrida, Marquez è sembrato tornare competitivo. Intanto però i due piloti Yamaha hanno preso un bel distacco dal campioncino di Cervera. E Valentino, a questo punto, non deve sbagliare, perché si trova in mano quattro carte vincenti. Un poker d’Assen.