La prima cosa che ti viene in mente è che questi attentati siano tra loro collegati e che dietro ci sia una stessa regia che ha programmato l’ora, la dinamica, l’organizzazione. Invece no. E questo è il primo elemento da cui partire per capire che non trovandoci di fronte ad una organizzazione mondiale che potremmo affrontare militarmente, ad esempio in una guerra tradizionale e probabilmente disintegrarla, dobbiamo percorrere altre vie.

Fare un attentato sembra non essere diventato difficile con le armi che ormai circolano nel mercato nero, così anche per l’esplosivo o altro materiale che può servire e con buone istruzioni che si trovano nel web. La guerra in Libia, in Iraq, in Siria hanno fatto arricchire mercanti d’armi e hanno reso felici i tanti giovani che in possesso di un arma si sono sentiti più potenti e forse più maschi. Per questa semplice considerazione dobbiamo affrontare questo fenomeno avendo la consapevolezza che lo possiamo battere non con le armi tradizionali e senza cadere in uno stato di polizia perché questo vogliono i terroristi per poi presentarsi all’opinione pubblica come liberatori. Quindi essere terroristi, decidere di fare un attentato, un omicidio mirato non bisogna necessariamente appartenere anzitutto ad una organizzazione, questo potrà avvenire dopo, ex post. Non siamo ai tempi delle brigate rosse o nella logica della mafia dove la programmazione di un attentato comportava la scelta di un bersaglio, il valore simbolico dello stesso e una decisione del vertice. Oggi per compiere un attentato basta la decisione di un piccolo gruppo slegato dalla disciplina centralizzata. Perciò tutte le nostre società sono potenzialmente esposte a tali pericoli. Società complesse per cui basta una telefonata fasulla di pericolo bomba per disarticolarle.

Allora qualcuno può chiedersi che fare? Senza pretendere di essere esaustivo credo che bisogna: mettere da parte la paura. Difficile in una società in cui si fa della paura un strumento per raccattare voti, si veda ad esempio l’uso che ne fa la politica e non parlo di quella italiana soltanto, ma anche delle altre europee. Avere un buon sistema di prevenzione, l’intelligence, in coordinamento con altre polizie, cosa che oggi a livello europeo manca. Aprire un forte dialogo con le comunità islamiche nazionali attraverso un processo di sempre maggiore integrazione. Non bisogna dimenticare, altresì che questo è un processo lungo che si svolge alla congiuntura di un mondo mediterraneo che sta cambiando.

Non so valutare in maniera scientifica la forza dell’Isis ma a me, se devo analizzare le battaglie in corso, non mi sembra una forza trionfante. Questo non vuol dire nulla rispetto agli attentati perché quelli si compiono pensando di appartenere alla galassia degli emarginati, degli sfruttati, degli insoddisfatti, di coloro che devono purificare la loro terra, il mondo, dai takfir, dagli infedeli dal loro stili di vita e rifondare una nuova civiltà organizzata intorno alle leggi del Corano. Un millenaresimo in salsa islamica, come tanti movimenti che si sono succeduti nella storia.

Ancora un’altra considerazione che non faccio per una vocazione di piangermi addosso come qualcuno dei puri e duri dei miei commentatori mi attribuisce.

Lo scombussolamento che sta avvenendo il Mediterraneo è figlio delle rivoluzioni del 2011. E’ anzitutto l’ordine post coloniale che è messo in gioco. I nodi stanno venendo al pettine. Cosa pensavano i politici occidentali, che la storia poteva andare avanti all’infinito con i vari Mubarak, Ben Ali, Gheddafi, Bachar al Asad, Saddam Hussein e poi con i loro figli, reliquie del post colonialismo? Questo terremoto è oggi in atto. Quello che è grave è che l’Europa, i suoi stati membri non hanno saputo essere all’altezza di questi cambiamenti. Così l’Occidente invece di aiutare queste rivoluzioni nate come rivoluzioni sociali le ha abbandonate nelle mani delle monarchie regnanti che hanno avuto buon gioco nel trasformare queste aspirazioni alla libertà dei popoli arabi in un conflitto di tutti contro tutti.