Una storia affascinante che parte dalla musica, passando per la pittura per approdare alla fotografia. Effetti visivi, montaggi e fotomontaggi, collage, doppia esposizione, uso dello specchio: è questa la magia degli scatti di Florence Henri. Una straordinaria mostra monografica a cura di Giovanni Battista Martini – a cui si deve la riscoperta dell’artista e un attento lavoro d’indagine insieme al collega Alberto Ronchetti – nei suggestivi spazi delle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano, a Roma, fino al 31 agosto rende omaggio alla fotografa nata a New York ma di origini francesi e tedesche attraverso 140 opere che, dagli anni ‘20 in poi, documentano la sua intera carriera.

Una cornice non casuale quella del complesso archeologico all’Esedra all’interno della quale ben si incastonano le 40 opere dedicate alla Capitale, fotografata dalla Henri durante uno dei tanti viaggi in Italia, tra il 1931 e il 1932, che restituiscono una dimensione teatrale della città: il Quirinale, il Campidoglio, San Pietro, i Musei Capitolini, i principali simboli storici, il Foro in particolare, vengono manipolati in sede di sviluppo per costruire una rappresentazione reinventata di Roma, sospesa tra immaginazione e realtà così da ricreare quelle visioni caratteristiche della sua produzione, commistione di classicità e avanguardie dal dadaismo al cubismo.

Personaggio originale e a lungo dimenticato, protagonista indiscussa di un’epoca, Florence Henri –personalità eclettica e frangetta alla garçonne, marchio estetico di quegli anni, – ha saputo interpretare e raccontare il mondo con estrema novità, completamente libera dai compromessi e dalle convezioni del suo tempo, riuscendo ad anticipare tendenze successive e a modificare il linguaggio visivo tra le due guerre. Una biografia intensa la sua, ricchissima di amicizie con le personalità chiave del momento che hanno contributo profondamente alle sue sperimentazioni, alla sua ricerca estetica e alla sua affermazione nell’articolato panorama artistico di quella stagione.

La moltiplicazione dei punti di vista e delle forme, la frammentazione delle immagini e degli oggetti, il gioco di ombre proiettate incantano lo spettatore e allo stesso tempo lo destabilizzano provocandogli quasi una sensazione di smarrimento per la percezione ambigua che deriva dalle sue opere, nelle quali la realtà è manipolata a suo piacimento per creare sfaccettature insolite che confondono i confini tra l’artificio e la raffigurazione oggettiva e producono visioni sempre diverse.

Figure umane, paesaggi, nature morte, oggetti, forme astratte cariche di citazioni classiche, sono sapientemente organizzate nelle quattro sezioni tematiche legate da un unico fil rouge rappresentato dalle modalità di lavoro e dalle sperimentazioni tecnico-stilistiche che hanno reso il linguaggio dell’artista così nuovo e complesso da riuscire a contenere, interpretare e addirittura superare le dinamiche espressive delle avanguardie novecentesche. L’artificio visivo fra reale e virtuale è la sezione che presenta le immagini dove lo specchio diventa strumento essenziale di conoscenza dell’Io all’interno della composizione fotografica prolungando la prospettiva quasi all’infinito. In Portraits D’artistes, invece, vi sono ritratti di amici artisti e di modelle da Mondrian a Kandinskij e poi Léger, e Sonia Delaunay immortalati con una spontaneità assolutamente innovativa per l’epoca. “Io non cerco né di raccontare il mondo né di raccontare i miei pensieri – spiegava la Henri – ma solo di comporre l’immagine”.