A Pechino c’è un’enorme favela: sotto terra. Ammonterebbe infatti a circa 119.100 persone, la “tribù dei ratti” (shu zu), cioè la popolazione che vive in alloggi sotterranei, precari e a rischio, secondo il Beijing Daily. In realtà, l’agenzia Nuova Cina aveva azzardato l’anno scorso che circa un quinto dei 7,7 milioni di migranti residenti in città (su una popolazione di 21-22 milioni) si infilerebbe in qualche tombino per andare a nanna la sera; cifra poi smentita dalle autorità che ridimensionavano il numero a circa 280mila. I quasi 120mila citati dal Beijing Daily sarebbero quindi una stima per difetto. Con estrema precisione, il giornale fa comunque sapere che i tuguri sarebbero in tutto 3.125: si tratta in 932 casi di tunnel antiaerei (di epoca maoista), mentre 2.192 sono regolari scantinati residenziali.

Le tensioni con l’ex Unione Sovietica, negli anni Sessanta, portarono alla creazione di una vasta e complessa rete di gallerie in previsione di una guerra nucleare. Copriva un’area di 85 chilometri quadrati, era collocata 18 metri sotto il livello stradale ed era progettata per ospitare sei milioni di persone. Una parte di questa “città sotterranea” è stata anche un’attrazione turistica fino a pochi anni fa. Comunque, la guerra alla fine non arrivò e i tunnel furono poi occupati dai migranti rurali, giunti in città a cercare fortuna: con pochi soldi in tasca e, soprattutto, senza hukou, quel permesso di soggiorno a Pechino che permetterebbe l’accesso ad alloggi popolari a basso costo.

Nel 2013, una docente della University of Southern California, Annette Kim, ha svolto una ricerca sulla città sotterranea di Pechino, esaminando oltre 7mila annunci online. Secondo la ricercatrice, quell’anno un appartamento sotterraneo era grande in media 9,75 metri quadrati per un affitto di circa 425 Rmb (70 dollari al cambio dell’epoca): circa un quinto del costo di una stanza in superficie, in un appartamento in condivisione. Numeri confermati allo scrivente da una giovanissima cameriera del Guangdong appartenente alla “tribù”, la quale ha sottolineato un altro vantaggio degli alloggi sotterranei: stanno molto spesso in centro, talvolta a pochi metri dal luogo di lavoro di muratori e, appunto, camerieri.

Annette Kim – secondo cui sono almeno un milione le persone che vivono sotto terra – descrive una popolazione underground mediamente giovane e profondamente pragmatica: “Preferiscono vivere nel sottosuolo piuttosto che fare i pendolari per un lungo periodo. Questo gli permette di mantenere anche due lavori”. Sacrificio calcolato, per una ricerca di rapida mobilità verticale (in tutti i sensi).

Fino al 2010 era legale vivere in una di queste strutture sotterranee, ma dal 2011 le autorità hanno cominciato a murare ingressi e sigillare tombini. Il Nanfang di Hong Kong cita l’autore della Lonely Planet di Pechino, David Eimer, secondo cui è stata soprattutto la riqualificazione urbana a cambiare le carte in tavola. “Gli edifici più recenti e più grandi hanno bisogno di fondamenta più profonde, così molte delle gallerie devono essere riempite per ragioni di sicurezza”.

Ora, il governo municipale si è impegnato in una vera e propria campagna triennale per bonificare gli alloggi di fortuna. È cominciata alla fine del 2014 e le autorità annunciano che intendono risolvere il problema entro il dicembre 2017.

Non è ancora ben chiaro come faranno, ma nei comunicati ufficiali ricorre il tema della “occupazione illegale” di spazio sotterraneo così come il richiamo a politiche che mettano fine alla “espansione tentacolare” della città. Insomma, da un lato l’evocazione dello Stato di diritto secondo caratteristiche cinesi – dura lex, sed lex – dall’altro la nuova urbanizzazione “sostenibile”, che punta a svuotare le megalopoli e a decentrare la pressione demografica verso centri periferici, più a misura d’uomo, come dispositivo di controllo sociale.

Resta tra parentesi la questione dell’hukou, cioè il permesso di residenza (o meglio, l’assenza di esso) che impedisce ai migranti rurali di accedere a beni e servizi, tra cui gli alloggi. Da anni si parla di riformarlo o rimuoverlo, ma siamo ancora a livello sperimentale e soprattutto nelle città di piccola-media grandezza.

di Gabriele Battaglia